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Indice Martino Amendola
 
 

AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA “SPACCA ITALIA”

Prove di disgregazione dell'Unità repubblicana
 

Con la pubblicazione in Gazzetta si è concluso l’iter legislativo che ha portato alla promulgazione della Legge 86/2024 che detta le disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, secondo l’articolo 116, comma 3, della Costituzione, una legge che assesta una spallata decisiva, dirompente, all’Unità repubblicana e istituzionale, tanto faticosamente raggiunta e fissata con forza e nitidezza dall’art. 5 della Costituzione, la Legge fondamentale dello Stato, che sancisce: “La Repubblica, una e indivisibile…”.
  Attuando una scelta miope e scellerata che unitamente al disegno di legge di riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, il cosiddetto “Premierato”, opera capziosamente, ma non tanto, per lo scardinamento sostanziale della Costituzione.
Questa legge implica trasformazioni radicali degli assetti istituzionali e di potere, concernendo questioni di importanza cruciale che prefigurano nuovi e dirompenti assetti delle competenze e delle responsabilità su materie e politiche economiche e sociali di primaria importanza, come la Sanità; la Scuola; l’Università; l’Ambiente; la Ricerca; i Beni Culturali; le Infrastrutture; l’assetto del Territorio; l’Acqua; il Paesaggio; l’Energia; il Lavoro; la Previdenza complementare; le Attività produttive; l’Immigrazione; il Coordinamento della finanza locale.
Avviando, così, un processo di disgregazione che porterà, inevitabilmente, alla disarticolazione dell’Unità repubblicana e alla diversificazione delle regioni italiane, con l’esautorazione dai livelli decisionali del Parlamento e senza alcun coinvolgimento dei comuni e col rischio, non tanto remoto, di una “balcanizzazione” dell’Italia, con tante regioni-staterelli semi indipendenti, come argutamente evidenziato dal costituzionalista Massimo Villone.
E che, senza la determinazione dei “livelli essenziali delle prestazioni” che devono definire i reali e irrinunciabili diritti sociali esigibili da ogni cittadino, e le ingenti risorse finanziarie per il raggiungimento di tali livelli uniformemente su tutto il territorio nazionale, si cristallizzerebbero le enormi disparità e i ritardi oggi esistenti tra regione e regione, con un Paese a scartamento variabile, fino ad amplificarsi ed esplodere.
Con la spaccatura certa tra un’Italia del Nord ricca e una del Sud povera e con rischio di ulteriore arretramento in termini di perdita di servizi pubblici fondamentali quali salute, istruzione, trasporti pubblici locali. E comprimendo e mettendo seriamente in discussione l’uguaglianza e i diritti costituzionalmente sanciti, con cittadini di serie A e cittadini di serie B (come già evidenziato nei nn. 2/2019 e 3/2023 de Il Sidicino).
Il tutto, per uno scambio di favori all’interno della maggioranza governativa che per questioni miserevoli di equilibri politici e di potere, ha barattato il “Premierato” con la disgregazione economico sociale del Paese, vecchio sogno secessionista di un partito, la Lega, ridotto ormai ai minimi termini, con un risultato contraddittorio incoerente e opportunistico, da parte del partito della Premier, dichiaratamente ipernazionalista e che nel recente passato aveva financo proposto la cancellazione delle regioni.
Paradigma di un’assenza di visione alta e plurale degli interessi e delle priorità irrinunciabili del Paese, laddove, invece di dar piena attuazione alla nostra Carta Costituzionale, si procede a disarticolarla e a calpestarla, prefigurando, oltre all’autonomia anche una riforma: “il Premierato”, che marginalizza il Parlamento e il ruolo e le funzioni del Presidente della Repubblica, nella “costruzione a qualsiasi costo di una maggioranza parlamentare assoluta…la cui realizzazione è incompatibile con il costituzionalismo democratico” e che ci porterebbe ad una “autocrazia elettiva che non ha eguali nel mondo” come espresso lucidamente dal costituzionalista Francesco Pallante.
Ma, cosa si può pretendere da una classe politica tutta, maggioranza e opposizione, che all’infuori di pochi virtuosi ed esemplari eccezioni, è composta da personaggi improponibili, inadeguati, autoreferenziali e nominati? Che, senza necessariamente riandare a statisti della levatura di Calamandrei, De Gasperi, Togliatti, Pertini, Moro, Berlinguer, Ingrao e altri, non possono neanche lontanamente essere rapportati con gli ultimi di quella classe politica che ha sollevato il Paese dalle rovine e dalle macerie della seconda guerra mondiale portandola al boom economico e ad essere una delle prime potenze industriali del mondo. Potendo, tutt’al più figurare in quella schiera di “nani e ballerine“ di craxiana memoria.
Fortunatamente, oltre alle prese di posizioni nette e critiche di vari settori della società, tra cui quella della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), si è creato un ampio schieramento di forze per una campagna referendaria per l’abolizione di questa legge “Spacca Italia”, con la presentazione del quesito referendario cui hanno aderito tutti i partiti dell’opposizione, sinistra e centrosinistra (tranne Azione), la CGIL, la UIL, l’ANPI, le ACLI, il WWF, l’ARCI, la LEGA AMBIENTE, il Coordinamento per la Democrazia costituzionale, il Comitato per il ritiro di ogni A.D., LIBERA, tanti costituzionalisti. E, autonomamente, anche 5 regioni: la Toscana, l’Emilia Romagna, la Campania, la Sardegna e la Calabria.
Solo in tal modo, con una forte azione popolare si potrà debellare l’azione di scardinamento sostanziale della nostra Costituzione e ridare voce a quanti chiedono, aspettando ancora fiduciosi, la sua piena e completa attuazione e il sacrosanto diritto ad un’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini.

Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 7 Luglio)