Eravamo convinti di aver visto e sperimentato tutto il possibile in materia di decisioni anacronistiche e suicide, che la nostra derelitta cittadina è costretta da decenni a sopportare e a farsene carico.
Ma al peggio non c’è mai fine! È vero che ci si è assuefatti a ogni cosa, che quello che solo pochi anni fa ci sembrava impossibile e relegato nel più recondito recesso della memoria, e lì incatenato e disarmato, oggi viene sdoganato e vissuto senza alcun ritegno né perplessità.
Che il tabù innominabile e intoccabile della guerra e del conflitto nucleare è stato rimosso dalle coscienze fino a divenire, invece, argomento usuale, esercizio quotidiano di ipotesi e considerazioni che rasentano la follia.
Tanto da far precipitare l’Europa e il Mondo Occidentale in un’economia di guerra, con una corsa indecente agli armamenti, senza minimamente e razionalmente tentare una via politica e diplomatica per porre fine al conflitto Russia/Ucraina e alla sistematica e sanguinosa distruzione della Palestina e ora del Libano da parte di Israele.
Perché la guerra porta solo lutti e devastazioni e il vecchio motto: “se vuoi la pace prepara la guerra” appartiene ad un mondo passato e senza arsenali nucleari, mentre dovremmo far tesoro dell’insegnamento di una figura di grande levatura morale e politica, autorevole ed esemplare, quale è stato Enrico Berlinguer, che aveva assunto il credo dei pacifisti: “se vuoi la pace prepara la pace” e dell’alto senso civico e umanitario di un grande paladino della pace: Gino Strada che ha dedicato tutta la sua vita di medico, in soccorso ai bambini, alle donne e agli uomini feriti e mutilati dalle tragiche e esecrabili conseguenze delle guerre nel mondo.
Pertanto, immersi e impietriti in questo cupo scenario che diventa oltremodo angosciante, se si aggiunge al cambiamento climatico che stravolge il nostro vivere quotidiano e l’ambiente planetario, portandolo al collasso, fino alla rovina irreversibile, nell’inerzia criminale dei governi mondiali, all’emergenza continua in cui si dibatte la nostra Città, e alle tante e ricorrenti criticità che la soffocano, sembrerebbe un’inezia, una fisima di chi scrive, la questione scatenante il vivo sconcerto prodotto dalla lettura dell’Ordinanza n. 42 del 02.08.2024 di “revoca dei dispositivi di sosta a tempo mediante disco orario su tutto il territorio comunale”.
Un’Ordinanza che definire scheletrica sarebbe un eufemismo che, senza il benchè minimo accenno ad un percorso di costruzione e formazione della volontà in essa espressa, e dei moventi che l’hanno generata, risulta mancante dell’indicazione dei vari interessi coinvolti nel procedimento e delle motivazioni che hanno portato alla soddisfazione di una parte piuttosto che dell’altra, con solo una telegrafica e perentoria valutazione che così recita: “Ritenuto opportuno di consentire ai cittadini di reperire ulteriori parcheggi senza limiti temporali”!
Con questa scelta inopinata e miope si dà un ulteriore accelerazione a quel processo di degrado, abbandono e desertificazione che investe da lungo tempo il Paese tutto e il Centro Storico in particolare, snaturandolo e svilendolo, relegandolo ad un mortificante ruolo di quartiere dormitorio, soffocato e deturpato dall’enorme traffico veicolare e dalle auto in sosta selvaggia e perenne.
Costringendolo, così, a perdere definitivamente la sua funzione di centro propulsivo e cuore pulsante, in termini di vita sociale, commerciale e culturale della Comunità, assolta egregiamente fin quasi agli ultimi anni del secolo scorso.
Senza considerare l’assoluta necessità di liberarlo per sempre dalle auto e istituire un’isola pedonale, prefigurando la creazione di nuovi spazi per la sosta, come indicato da piani urbanistici e atti amministrativi vigenti ma restati avvilentemente lettera morta.
Ma, cosa aspettarsi da una classe dirigente che da decenni governa la Città, senza soluzione di continuità, dove cambiano solo i soggetti ma la politica e le azioni restano sempre uguali a se stesse e la cifra distintiva che li unisce è rappresentata da un quotidiano e perenne navigare a vista, in assenza di una visione ideale, di un’idea di società, di progettualità, di una Politica vera, di una visione strategica del governo della “polis”?
Incapace di dare risposte adeguate e immediate ai bisogni dei cittadini e predisporre azioni positive per la crescita economico sociale e culturale della comunità.
Sembra di essere tristemente rimasti ancorati al tempo della Balena Bianca del “Divo” Andreotti, e a uno dei suoi cinici e classici aforismi: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Allora tornano alla mente le sconsolanti parole del grande Eduardo che invitava i giovani artisti napoletani a lasciare Napoli, una Napoli amata follemente, ma fonte continua di delusioni e colma di cocenti contraddizioni: “Fujtevenne”. Un grido di dolore ma, non di rassegnazione, perché presupponeva poi, il ritornare.
E i similari versi di Palepoli, uno delle vette del Rock italiano, un capolavoro assoluto e grandioso, dei napoletani Osanna, riferito alla popolazione della Città antica (Palepoli) e centrato sull’instabilità dei rapporti umani, sull’alienazione, sul consumismo e sulla ricerca dei valori ancestrali: “Fuje ‘a chistu paese/fuje ‘a chistu paese/Parole, penziere, perzone/nun vanno ddaccordo nemmanco nu mese/fuje ‘a chistu paese/…”. Sempre per ritrovarsi e ritornare.
Ma, quelli che tireranno le cuoia saranno inevitabilmente i cittadini, soffocati e soggiogati dallo stillicidio di rinunce, di bocconi amari da digerire, di sacrifici e difficoltà quotidiane, e la Città (Si bella e perduta) sempre più desolatamente impoverita e decadente.
Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 10 Ottobre) |