Gli eventi climatici estremi, con frequenza decuplicata negli ultimi 10 anni, sono divenuti ormai una triste consuetudine, la cifra della nostra quotidianità.
Giacché si è giunti, alla luce di una marea di dati certi e incontrovertibili, frutto di rigorosi studi decennali della comunità scientifica internazionale, alla piena cognizione e consapevolezza che ormai, con il riscaldamento globale e la conseguente accentuazione della durata e dell'intensità dei fenomeni atmosferici, si passa repentinamente da un'estate di fuoco, con innalzamenti delle temperature, ondate di calore, incendi e siccità, a un inverno di freddo intenso, piogge torrenziali, alluvioni, cicloni, mareggiate, che colpiscono uniformemente e incessantemente ogni lembo terrestre. L'Italia, paese di per sé strutturalmente fragile e vulnerabile idrogeologicamente, con una lunga storia di terremoti ed eventi naturali catastrofici, ne risulta pienamente interessata e duramente segnata.
Infatti, tra il 19 e il 22 gennaio è stata attraversata dal ciclone Harry, un evento nuovo e rovinoso per le nostre zone, che ha devastato il Sud del Paese, in particolare la Sicilia, la Calabria e la Sardegna, lasciandosi dietro uno scenario apocalittico, con intense precipitazioni, mareggiate devastanti e onde di altezza fino ai 16 metri, che hanno provocato erosione e allagamenti, strade inghiottite dal mare, case allagate, strutture portuali affondate, litorali e tratte ferroviarie cancellate dai flutti, con danni incalcolabili e ancora da definire.
Ma, dato che al peggio non c'è mai fine, dopo solo alcuni giorni, il 25 gennaio, si è verificata una nuova e “annunciata” catastrofe naturale che ha colpito il paese di Niscemi in Sicilia, arroccato su di un'erta collinare: le forti precipitazioni hanno saturato suoli già fragili, ricchi di argille e materiali sciolti, innescando una enorme e distruttrice frana a “scorrimento”, stimata intorno ai 350 milioni di metri cubi, maggiore di quella che provocò il disastro del Vajont. Con un costone che scivola a valle su di un fronte lungo ben 4 chilometri, con devastazione di tratti stradali, il crollo di alcune abitazioni, e mettendone altre sull'orlo del baratro. Senza vittime, per fortuna, ma che ha costretto oltre 500 famiglie, per un totale di circa 1600 persone, all'evacuazione dalle proprie abitazioni, precipitandole, insieme all'intera comunità di 25.000 residenti, in una situazione drammatica e di pura angoscia, per le perdite subite e per un futuro incerto, tutto da verificare e da scrivere.
Quest'ultima catastrofe, in ordine di tempo, non è stato un evento imponderabile e repentino, ma il frutto di concause ben precise di fattori naturali geologici, climatici, e antropici. Con la mano dell'uomo che ha inciso in maniera tutt'altro che marginale, con la costruzione di edifici, strade, reti idriche e fognarie, che hanno certamente alterato l'equilibrio idrico, di per sé già fragile, del pendio su cui sorge il paese, aggravato dalle perdite delle condotte e dell'impermeabilizzazione dei suoli. Non una calamità improvvisa, ma una situazione precaria certificata, un rischio già noto da tempo, dal 1997, quando un primo episodio franoso costrinse all'evacuazione 1.000 persone.
E successivamente, il vuoto politico, regionale e nazionale, ora come allora con governi di centrodestra, e l'inerzia totale, tra burocrazia e inettitudine. In un paese dove secondo l'ultimo rapporto sul dissesto idrogeologico dell'Ispra il 94,5% dei comuni italiani risulta a rischio frane o alluvioni, ossia quasi tutti i comuni hanno almeno un'area classificata a pericolosità elevata da frane, pericolosità idraulica, interessata da valanghe o erosione costiera, e in termini complessivi di estensione, di superfici, il 19,2% del territorio nazionale. In un contesto con tali criticità e fragilità, con gli effetti del mutamento climatico globale e gli eventi estremi che finora non ci hanno colpito pesantemente e duramente come altri paesi del Sud del mondo, dovremmo prepararci e attrezzarci “con approcci sinergici: dalla conoscenza e dall'aggiornamento delle mappe, alla pianificazione territoriale, fino agli interventi strutturali, al monitoraggio e ai sistemi di allertamento” (Ispra).
Ad oggi le frane censite in Italia assommano alla cifra spaventosa di 684 mila.
Occorrerebbero serie politiche ambientali, a salvaguardia del presente e del futuro delle prossime generazioni e dell'intero pianeta, con la riduzione dell'uso delle energie fossili, con il risparmio energetico, per un'energia Green, rinnovabile, con il solare, l'eolico, le biomasse, l'idroelettrico e il fotovoltaico. Servirebbe, coma l'aria, un intervento legislativo ad hoc, ma purtroppo, i decreti sicurezza emanati dal governo, non riguardano la sicurezza ambientale, bensì solo la creazione e la previsione di nuovi reati, in un clima da democrazia illiberale o di “democratura”, nella scia di Trump, e dei suoi sodali, e lo spreco enorme di risorse per le politiche di riarmo.
Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 2 Febbraio)