Quello che doveva essere il primo passo di un percorso di destrutturazione della Democrazia, come architettata e codificata dalla Carta Costituzionale, concepita sapientemente e in modo condiviso dopo un lungo e meticoloso lavorio dai nostri Padri Costituenti, ammaestrati e temprati dalla Resistenza, all'indomani della liberazione del Paese dal giogo nazi-fascista, si è dimostrato un passaggio illusorio e subito stoppato e neutralizzato dall'onda travolgente e invalicabile dei quasi 15 milioni di NO alla riforma “Nordio-Meloni” della Magistratura.
Palesandosi un autentico passo falso, un salto senza paracadute, un immergersi nelle acque pure della realtà vera, e non in quella edulcorata e cloroformizzata del mondo irreale e propagandistico, in cui si bea il governo e la sua corte, ben spalleggiato dalla grande maggioranza dei media italiani, al limite della reticenza e della mistificazione.
Il Referendum del 22 e 23 marzo è stato la dimostrazione fragorosa e incontestabile dello iato che esiste tra la narrazione del Paese e il mondo reale, fatto di giovani, donne, anziani, lavoratori e lavoratrici, e intere realtà territoriali, abbandonate e dimenticate.
Il no si è attestato al 53,75% e il si al 46,25% con uno scarto di più di 2 milioni di voti: 14.462,758 contro 12.447,077. Risultati quasi identici nella nostra Teano: affluenza al 52,13%, no al 52,05% si al 47,95%. I risultati numerici esemplificano egregiamente tali affermazioni, infatti, il primo e sorprendente dato che balza agli occhi è quello dell'affluenza che, dopo anni e anni di continua erosione e di disaffezione del voto degli italiani, ha raggiunto l'inimmaginabile quota del 58,90% degli aventi diritto; poi, la vittoria del no in 17 regioni su 20, con risultati sorprendenti nel Sud: in Campania con il 65,22%, a Napoli con il 71,47%; ancora, e questo è il risultato più significativo e beneaugurante, l'affluenza dei giovani (“Non li hanno visti arrivare”!), che tra la fascia 18/28 anni è stata del 67% e con il no al 58,5%, percentuale che sale al 61,1% nella fascia 18/34 anni. Ad onta dell'ingiustificabile e antidemocratica scelta governativa di non permettere il voto ai giovani universitari fuori sede. Giovani che sono stati protagonisti in questi anni di imponenti e spontanee manifestazioni contro il riarmo, per la Pace, Pro Palestina, No Kings, contro la crisi climatica e per la giustizia ambientale e sociale.
L'essenza dello scontro referendario verteva su due concezioni antitetiche del potere e del governo del Paese, inteso da un lato come un dominio assoluto e incontestabile della coalizione vincente alle elezioni, fatto di privilegi e guarentigie totali, con la magistratura vista come un ostacolo, un ”plotone d'esecuzione” che non rema in sintonia dei governanti, dall'altro quello originato e legittimato dalla Costituzione, in una Democrazia liberale, fatto di pesi e contrappesi, di separazione e indipendenza dei poteri. Giacché, come insegna Gustavo Zagrebelsky, solo nei regimi autoritari giudici e governo marciano insieme, basti riandare al concetto di “ugualizzazione” nella Germania degli anni '30, oppure a quello dell' “unità del potere”, l'andare tutti nella stessa direzione, nell'ex Unione Sovietica.
La “riforma” lungi dal risolvere le annose e acute criticità che investono il sistema giudiziario, fatte di lungaggini esasperanti, gravose carenze di organico (giudici e cancellieri) di procedure macchinose e snervanti, di un sistema carcerario collassato e indegno di un paese civile, puntava esclusivamente al condizionamento e alla limitazione dell'autonomia della magistratura con due distinti C.S.M. (divide et impera!), e un'Alta Corte disciplinare, formati con sorteggio, le cui modalità avrebbero perpetrato il controllo governativo e della maggioranza: “Converrà anche alle opposizioni quando governeranno loro”, come candidamente ammesso dallo stesso ministro Nordio. E approvata con un atto blindato, senza la possibilità di modificare neanche una virgola, e senza la ricerca di un minimo di coinvolgimento e di consenso del Parlamento, che è stato espropriato del diritto-dovere di intervenire su questioni così vitali per la vita democratica e civile di un paese in materia di giustizia, a garanzia dell'imparzialità del sistema giudiziario.
La riforma doveva essere, nelle intenzioni del governo, propedeutica ad altre nel disegno che puntava alla piena destrutturazione della Carta, con l'attacco la torsione e lo stravolgimento ad altri cardini dell'ordinamento costituzionale, a cominciare dalla previsione di una legge elettorale in senso ipermaggioritario. Con un sistema proporzionale e liste bloccate, un amplissimo premio di maggioranza con il superamento della soglia del 40%, con 70 seggi regalati alla Camera e 35 al Senato, che renderebbe egemone il partito o la coalizione vincente, rafforzerebbe ulteriormente l'esecutivo, rendendo il Parlamento subalterno, e darebbe la facoltà di eleggere gli organi di garanzia (in primis il Presidente della Repubblica). E in ultimo, ma non ultimo, il premierato plebiscitario, con la riduzione della figura del Presidente della Repubblica a puro orpello.
Che, unito anche all'Autonomia regionale differenziata, darebbe un colpo micidiale al tessuto costituzionale e alla democrazia, prefigurando una concentrazione dei poteri e uno sviluppo illiberale, da “democratura”, di cui si sono già visti i prodromi, con le politiche securitarie, la creazione di una quarantina di nuovi reati, l'allergia ai controlli di legalità (vedi anche la riforma della Corte dei Conti), l'eliminazione del reato di abuso d'ufficio e la demonizzazione e l'attacco a ogni forma di contestazione, di dissenso: con il fermo preventivo per 12 ore, prima di manifestazioni e eventi per persone ritenute pericolose. Concretizzando quello che Massimo Villone prefigura come passi tipici verso l'autocrazia: la manipolazione del sistema elettorale e il controllo degli organi di garanzia. Ma, il Referendum ha agito da potentissimo antidoto, risvegliando coscienze sopite e squarciando il velo che impediva la piena cognizione della realtà, facendo vedere le cose per come sono e non per come venivano raccontate e accettate per acquiescenza o pavidità, perché alla fine si è svelato che “il re è nudo!”, come nella favola di H. C. Andersen.
Martino Amendola
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 4 Aprile)