ella seconda età aragonese, la creazione dell'Ufficio del Segretario Regio fu l'innovazione decisiva per la concentrazione del potere nelle mani del sovrano.
Ferrante (Ferdinando I, 1458-1494), di indole taciturna e calcolatrice, dotato di abilità amministrative e di notevole senso politico, fu a lungo impegnato nella modernizzazione del Regno di Napoli, contro l'eversione feudale e i pericoli esterni.
Dopo i contrasti negli anni della guerra di successione (1459-1463), con i baroni filo angioini, favorì l'affermarsi di elementi sociali nuovi, con l'ascesa di famiglie e di élites intellettuali di cultura umanistica.
Tristano Caracciolo, figlio maggiore di una famiglia dell'aristocrazia urbana1, espone il suo pensiero nel “De Varietate Fortunae”, un trattato sull'incostanza della fortuna, scritto dopo il 1509.
In tutta la narrazione, i casi più emblematici di un ampio catalogo di vanità e di sventure, sono quelli in cui la fortuna, quasi figura secolarizzata della provvidenza, si beffa dei disegni degli uomini e interviene nelle cose per rivelare la fragilità della condizione umana. L'umanista napoletano, in un mondo caotico e instabile, ritrova il senso dell'insegnamento coeletico della vanità di tutte le opere.
Basti seguire l'impressionante profilo di Antonello Petrucci nella sua azione politica di Segretario del Regno e del suo rapporto con Ferrante.
Il figlio del povero ortolano di Teano (Tranzi di Teano, 1420 c.), notato per la sua intelligenza dal notaio Ammirato (De Aversis), intimo di Giovanni Olzina, segretario di Alfonso Il Magnanimo, con i cui collaboratori lavorò assiduamente come scriba, facendo tesoro degli insegnamenti di grammatica e di filologia di Lorenzo Valla (entrambi ospiti in casa Olzina), seguì con dedizione Ferrante nelle varie campagne militari contro Giovanni D'Angiò e i baroni filo angioini nella crisi dinastica e ottenne una posizione di altissimo prestigio per sé e per i figli, entrando infine nelle fila dell'alta feudalità.
La figura del Segretario, capo della burocrazia statale, fu concepita come un organo decisionale e di comunicazione tra il Sovrano e il mondo esterno, per ottenere una più incisiva e agile funzionalità dell'azione politica regia. Immagine che poi si dissolve, attraverso una lenta e continua litania di sventure, in quella del funzionario logorato nel fisico, consunto dalla fatica per le chiamate, “noctu interdiuque”, del Sovrano: “hic ludus paene quotidianus erat”; ma nello stesso tempo, strumento insostituibile nella gestione della burocrazia e del potere. Circa i rapporti Ferrante-Antonello, S. D'Aloe nelle notizie in appendice al libro di Porzio2, riferisce un divertente ma significativo episodio, senza indicarne la fonte.
Un giorno d'estate Ferrante, “che ito era a cercarlo”, mentre Antonello riposava nelle sue stanze a Castelnuovo, tolse dalle mani del paggio il ventaglio con cui scacciava le mosche e lo sostituì nella funzione servile.
Nel 1485 i baroni feudali di origine angioina (Orsini, Del Balzo, Sanseverino, Acquaviva), in un incontro a Napoli stabilirono un accordo con i borghesi conti all'apice della burocrazia statale (Tramontano, Coppola e Petrucci), in risposta ai disegni antifeudali di Ferrante e di Alfonso II, riguardanti materie finanziarie, sviluppo economico e città demaniali.
Dopo le prime risposte interlocutorie, Coppola entrò per ambizione e con convinzione nella Congiura, mentre Petrucci, ancora titubante e dubbioso, ne fece poi parte su pressione del “tetro” conte di Carinola Francesco e dell'autoritaria moglie aristocratica Elisabetta Vassallo, che reclamava una vita più sfarzosa. Ferrante con l'appoggio diplomatico dei Medici, degli Sforza e di suo genero Mattia Corvino, nonostante l'insurrezione dell'Aquila (1485), la minaccia di un intervento del Duca di Lorena, sollecitato da Innocenzo VIII, mise in rotta le forze di Roberto Sanseverino, scese a patti con il Papa, con la promessa del rinnovo finanziario dell'omaggio feudale e del perdono ai baroni ribelli con la restituzione dei beni confiscati. Il 13 agosto 1486, due giorni dopo la ratifica del patto con il Papa, Ferrante avviò la sua vendetta nei confronti dei congiurati.
“Con diabolica astuzia”, fece catturare Coppola e Petrucci con la moglie, morta poi in carcere per paura e per malattia, e i due figli (Francesco e Giovanni Antonio). Dopo i processi, i figli di Antonello furono messi a morte con esecuzioni spettacolari, mentre il Segretario e l'anziano armatore di Amalfi furono decapitati.
Nella narrazione del Porzio, particolarmente felici sotto il profilo letterario sono gli episodi in cui si narra il supplizio. Consapevoli del delitto di lesa maestà espiano la loro colpa con serenità: il conte di Sarno conversa cristianamente con i figli come uno stoico antico, il Segretario trascorre la notte in riflessioni filosofiche e religiose, entrambi pubblicamente decapitati nella “citatella” di Castelnuovo l'11 maggio 1487. Petrucci, che aveva servito Ferrante con zelo per trentasei anni, fu sepolto in San Domenico nella cappella di S. Maria delle Grazie, acquistata quand'era in auge, infine trasferito nel 1594 nel Sacrario Aragonese in sacrestia. Francesco, il conte di Carinola, uno dei più determinati capi della congiura “el pegio de tutti”, a detta del re, l'11 maggio del 1486, disteso su di una carretta era stato mostrato in giro per poi essere squartato e disperso.
Nello stesso giorno Giovanni Antonio, conte di Policastro, accademico pontaniano, autore nella torre di S. Vincenzo di un fascicolo di ottanta sonetti, fu decapitato nel Mercato, per poi essere seppellito in S. Domenico3.
La vendetta del re fu, infine compiuta tra il giugno ed il luglio del 1487, quando furono arrestati e rinchiusi in Castelnuovo alcuni tra i più potenti baroni, mentre Antonello Sanseverino fuggito in Francia spinse Carlo VIII alla conquista di Napoli.
Secondo Pontano, nel “De Immanitate” scritto nel 1501, i baroni languirono per anni in Castelnuovo soprattutto per procurare divertimento a Ferrante, che quando li osservava provava lo stesso sadico e infantile piacere dei ragazzi che guardano i loro uccelli in gabbia.
Nel suo testamento spirituale sull'”Inumanità”, Pontano – divenuto Segretario del Re dopo la decapitazione di Petrucci – condanna Ferrante per la disumana incarcerazione dei suoi nemici e per le pene loro inflitte.
NOTE
1) M. Santoro, Tristano Caracciolo e la cultura napoletana della Rinascenza, Napoli 1957.
2) Camillo Porzio, La congiura dei baroni, a cura di S. D'Aloe, Napoli 1859;
“ “ La congiura dei baroni del Regno di Napoli contro il re Ferdinando I, a cura di E. Pontieri, Napoli 1964.
3) Ad Antonello sopravvissero tre figli ecclesiastici di alto rango, che non continuarono la linea della famiglia (Giovanni Battista Arcivescovo di Taranto e poi di Caserta; Tommaso Agnello, priore di Capua; Severo, vescovo di Muro) e la figlia Eleonora, moglie di Pardo Orsini, principessa di Monopoli.
Antonio Autieri
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 1 Gennaio)