Nato a Teano a metà del quattrocento, seguì “nella buona e avversa fortuna” i destini del padre1.
Nel 1459 Antonello Petrucci, nato a Tranzi di Teano il 1420 c., fu nominato Segretario Regio, con il controllo esclusivo della cancelleria, da Ferrante e, con concessione di titoli e feudi, il cognome fu nobilitato in De Petruciis (pare che i genitori si chiamassero Petruccio e Petruccia). Giovanni Antonio trascorse una fervida giovinezza nel palazzo paterno, fornito di una splendida biblioteca e istruito da dotti e precettori, nonostante i dissidi tra i genitori e talvolta del padre con i figli (cinque figli maschi: Francesco, ambizioso e “tetro” conte di Carinola; Giovanni Antonio, conte di di Policastro e accademico pontaniano; Giovan Battista accademico e letterato, arcivescovo di Taranto; Tommaso Agnello, priore di Capua; Severo, vescovo di Muro. Almeno due femmine: Eleonora, moglie di Pardo Orsini e Laura, moglie di Giordano Orsini).
La sua esistenza ”da ioven lieto, virtüoso et docto, / ad cui ricchecze erano ad migliara” (XXV IO, II), si era equamente divisa tra le attività ludiche della Corte e gli studi letterari e filosofici dello studio e dell'Accademia. Il 20 novembre 1485 si era sposato, su richiesta di Antonello, con Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe Antonello Sanseverino, il principale artefice della Congiura. Giovanni Antonio si unì ai cospiratori più per motivi di famiglia, che per ambizione politica.
Tratto in arresto a Castelnuovo la sera del 13 agosto 1486, fu subito incarcerato nella torre di San Vincenzo, in cui restò per quattro mesi. Nella torre, oggi scomparsa ma raffigurata in un isolotto nella celebre Tavola Strozzi, a San Martino, De Petruciis scrisse (probabilmente durante il processo) 78 componimenti -77 sonetti e 1 sirventese – in napoletano, 2 lettere in prosa e un breve componimento in castigliano.
Il manoscritto, in carta del tempo e in uno stato di conservazione mediocre, fu ritrovato per caso dal bibliofilo Gennaro Vigo, poi rivenduto a Stanislao D'Aloe, che nel 1859 diede alle stampe alcuni sonetti, con lacune e sviste, nella sua congiura del Porzio.
Dopo quattro secoli non erano più sconosciuti, anche perché nel 1879 apparve a Bologna l'edizione Romagnoli, a cura di J.J. Le Coultre e V. Schultze. Le due edizioni ottocentesche, incomplete per la difficile lettura del manoscritto, furono superate nel 1926 dal lavoro di Enrico Perito, che su sollecitazione del senatore Croce stabilì l'edizione di tutti i componimenti, con numerose correzioni a quelli già noti. Oggi l'unico manoscritto relatore, in moderna pelle verde, è conservato presso la biblioteca Nazionale di Napoli, con segnatura XIII D 70.
Con l'edizione (Salerno Editrice, Roma 2013) a cura di Emiliano Picchiorri2 è stato ripristinato il testo in una veste linguistica fedele all'originale; anche alcune parti illeggibili risultano visibili con l'uso della lampada di Wood. In assenza di possibili destinatari, il Canzoniere fu dedicato a Giovanne De Justo, il castellano carceriere gentile “dolce e caro” dell'isolato poeta e unico lettore ideale, che riunì le 25 carte in un codice di 210 X 143 mm.
Il Canzoniere si apre con un tema centrale nella riflessione del poeta: - Come omni cosa è suttoposta al Fato – (I). Gli interrogativi sul destino, sulla vita umana, sulla morte si confrontano con la vita di Corte, tra giochi e sport, recitazioni farsesche e gliommeri (“mutar de veste”) e spettacoli musicali con i migliori musicisti e cantanti fiamminghi, quali Alexander Agricola e Iohannes Tinctoris (“Vare canzone”). Le frequenti allusioni a passi di Orazio Ovidio e Virgilio, gli espliciti richiami a Democrito Pitagora Empedocle Platone Aristotele Cicerone e Lucrezio, i riferimenti a dottrine come l'Atomismo e la Trasmigrazione, la conoscenza dei poeti in volgare della Raccolta Aragonese, con Dante e la lirica petrarchista, i punti di contatto con la produzione poetica di De Jennaro, Cariteo, Marullo, Sannazzaro e Serafino Aquilano, liutista e strambottista, permettono di leggere I Sonetti “come una specie di summa retrospettiva sociale e culturale degli ambienti frequentati dal giovane conte”, che per Francesco Torraca è un personaggio esemplare “dell'alto livello di cultura a cui poteva giungere un giovane napoletano di buona famiglia del Sec. XV”3.
Migliorini in Storia della lingua italiana (Sansoni 1960) aveva affermato che “nei vigorosi sonetti dello sventurato conte di Policastro formule e vocaboli plebei appaiono accanto a vocaboli colti”. Latinismi e poetismi si mescolano a napoletanismi e a voci dell'uso, indipendentemente dai motivi trattati. Le voci legate alla quotidianità, sono rese con realismo espressivo, il lessico sull'atomismo è mutuato dal latino di Lucrezio (“Inane”, vuoto VI, 14), quello sulla predestinazione e sulla metempsicosi (nella specifica accezione di “reincarnarsi in una altro essere vivente: De Petruciis in un passero, Sannazzaro in una tortora) rinvia ai dibattiti, anche dal carcere (XII, LXXV) con i propri “condiscipuli”. Il lessico di derivazione petrarchista si concentra nei sonetti amorosi, con sintagmi e stilemi diffusi nei lirici aragonesi (“Virbia”, Ippolita D'Avalos; “Glycoris”, sua “ 'namorata secunda”; Sveva suo unico sostegno, da cui è forzatamente lontano). La “invenciòn” per Anna de Cabrera contessa di Modica, di cui il carceriere era innamorato, è un componimento basato sul rapporto tra i versi e una immagine o stimolo visivo, collegato al nome della donna attraverso giochi di parole, con iberismi e l'uso del castigliano nella “Letra”. Nella torre gli fu imposto una condizione di attesa della morte come reo di stato, in un isolamento appena mitigato dalle cortesie di De Justo. Per Servilio (nom de plum) i quattro mesi furono contrassegnati dall'oscillazione tra l'energia mentale degli accenti lirici (con la funzione consolatoria di soavi figure di donne) e la cupa rassegnazione di chi sa che con la morte svanisce ogni cosa e pensa che ogni ora sia l'ultima. Il senso della individuale caducità fu così profondo da fargli riconsiderare la propria esistenza in modo radicale.
“Dal fundo de lo inferno” (XII 1), Giovanni Antonio continua un dialogo prezioso con Cariteo e Sannazzaro e con i giovani sodali “con li quali ensemi audeva philosophia”, consapevole che i sonetti diventeranno l'unica difesa attiva contro la morte. Al termine del dramma c'era già la maschera designata da gettar via – un corpo senza testa -, da cui (dopo quattro secoli di oblio) si sarebbe liberato un nuovo personaggio. Condotto al patibolo (una rinascimentale ghigliottina), l'11 dicembre 1486, fu coerente con quanto promesso nel sonetto a Gian Marco Cinico, forte del proprio ingegno, affrontò la morte in silenzio (Croce), senza timore e con “almo invicto”, come un eroe plutarchesco. Picchiorri inserisce i Sonetti nello scenario che Folena, nel 1952, ha descritto come “crisi linguistica del Quattrocento”4 e definisce De Petruciis, sula scia dei Croce (“versi che contengono vera e propria poesia”)5 e di Maria Corti (“sicura originalità dei suoi versi” e “una delle voci più alte della poesia del '400”)6. Ferrante che fu per Napoli “un re tutto suo”, dopo un lungo regno (1458-1494, nato a Valencia nel 1423) è un uomo fisicamente debole, non più il forte e intrepido vir dell'agguato a Teano, e provava fastidio per tutte le piccole azioni quotidiane, “adeo ut omnen civitatem una consenuisse diceret”.7 Nella reggia in un delirio fatidico, alludeva al pericolo imminente di cui evidentemente pochi erano in grado di valutarne la gravità. Con la morte del re (25 gennaio 1494), l'inattesa conquista lampo del Regno (Carlo VIII è a Napoli il 13 febbraio 1495), con lotte tra francesi e spagnoli negli anni dal 1495 al 1503, il potere aragonese crollerà miseramente e il Regno autonomo discese a Viceregno, per logica necessità di cose.
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Note
1) Francesco Tateo, L'Umanesimo meridionale, Laterza Roma-Bari, 1976.
2) Giovanni Antonio De Petruciis a cura di Emiliano Picchiorri, Ed. Salerno, Roma, 2013.
3) Francesco Torraca, Il Conte di Policastro, in Studi di storia letteraria napoletana, Livorno 1884.
4) G. Folena, La crisi linguistica del Quattrocento e l'Arcadia del Sannazzaro, Firenze 1952.
5) B. Croce, I versi di un prigioniero e condannato a morte, in “La critica”, XIX 1921.
6) M. Corti, P.J. De Jennaro, Rime e lettere, Bologna 1956. * Il De Petruciis “esprime con immediatezza una vissuta tragedia” introduzione di Muscetta e Ponchiroli nel Parnaso Italiano IV, Einaudi, Torino 1971. Con una scelta di Sonetti.
7) “Tanto che avresti detto che insieme a lui fosse invecchiata tutta la città”. Tristano Caracciolo, “De varietate fortunae”, scritto dopo il 1509.
Antonio Autieri
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 5 Maggio)