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LETTURE EXTRAVAGANTI

Loise De Rosa, capitanio de Tiano
 
Ippolita Maria Sforza opera di Francesco
Laurana, calco del Museo Puškin da un
originale perduto, già al Bode-Museum, Berlino
 

I ”Ricordi”1 del puteolano Loise de Rosa (1385- 1475), “Mastro de casa” in età durazzesca e aragonese, sono tra i primi prodotti in lingua volgare napoletana, iniziati – almeno in brogliaccio – nel 1452 e completati nel 1471. Le conversazioni dialogiche con “donno Alfonso”2, quasi una chiacchierata come quella del Panormita con “Il villicus”, recepiscono un'atmosfera culturale con riferimenti a motivi della cultura alta – le bonarie considerazioni sul tempo e la fortuna -, con genuinità linguistica e vivacità di racconto: nella convinzione di essere cittadino della migliore città del mondo. Il suo stile appartiene all'ambito dell'oralità, come notò nel 1913 Benedetto Croce in una conferenza tenuta nella Società Napoletana di Storia Patria: “Sentendo parlare un vecchio napoletano del quattrocento”3.
Anche se non fu un vero “litteratus” la sua opera entrò nella biblioteca reale (De Marinis) e il Codice con libri e gioie ed arazzi, fu inviato da Carlo VII a Parigi nel 1495, come preda di guerra. Anche se i “Ricordi” sono espressione di una cultura fondata sulla tradizione orale, risultano coincidenze e riscontri in una comune koinè locale di cronache memorialistiche: I “Diurnali” dell'anonimo e geniale Duca di Monteleone, l'”Historia del Regno di Napoli” di Gaetano Domenico de Lello, le “Croniche” del canonico sessano Gaspare Fuscolillo, la “Cronaca” figurata dello sconosciuto Ferraiuolo, la “Cronaca di Napoli” di Notar Giacomo della Morte, la “Storia in forma di giornale” di Giuliano Passaro, setaiuolo e sellaio. De Rosa si rivolge alla mentalità e alle preferenze del “puopolo de Napule”, con un inesauribile repertorio di informazioni, di riti, di casi emblematici, di coloriti pettegolezzi, con scene di grande effetto, come l'ingresso a Napoli di Alfonso I il 26 febbraio 1443 (“ditto triunfo me l'have dato mio patre”). Un cumulo di aneddoti e notizie di prima mano, facezie e storielle, narrati con vivacità colloquiale, assimilati alle conversazioni, dalle prediche come quelle del famosissimo fra Roberto Caracciolo di Lecce o descritte dall'interno della vita di corte, con conoscenze intime dei fatti. Nel mondo dell'oralità, in cui la scrittura è prerogativa di pochi, s'impone il frequente ricorso a proverbi indovinelli filastrocche paronomasie. Su De Rosa poco si sa di concreto, se non le abbondanti notizie autobiografiche contenute nei Ricordi. Il sospetto di millanteria s'insinua subito leggendo la serie di importanti uffici che Loise afferma di aver ricoperto in novant'anni di vita, con la ricchezza e precisione di particolari dell'amministratore e fiduciario di grandi baroni del Regno. Cortigiano influente presso Re e Regine, assunse una serie sbalorditiva di incarichi, oltre quello di “Mastro di casa” (capo della servitù). Viceré del contado di Bisceglie e della Valle Caudina, due volte ammiraglio e in tarda età “Capitanio de più ter(re) et citate” tra le quali – in un'aggiunta seriore – nomina Teano. L'encomio di Napoli, schematico ma incantevole, scritto nel 1471, riprende il topos rinascimentale dell'elogio della città come quello di Firenze di Leonardo Bruni, con l'orgoglio civile come tratto distintivo. Napoli, con i suoi dintorni e i suoi climi (“dico, se èy vierno, che fa frito, vor(r)iste caudo? Và a Pecczuolo. Se èy state e voy frisco, và a Montevergine – bovo(r)ria p(r)imavera. Và a Salierno o ad Amarfe.”) È la città superiore a tutte le altre. C'è una diffusa presenza di nobili, forestieri, scuole, ospedali, chiese, con “la più bella reliquia che sia per tutto lo mundo”: il sangue di San Gennaro, che prima del miracolo “sta come una petra”. La lingua cristallina e limpida restituisce lo stupore e la prospettiva ingenua, adeguata alla semplicità di ciò che vuole esprimere: racconto leggendario, verità morale, esperienza biografica, con pagine affascinanti che descrivono la vita di corte dall'interno, con episodi segreti e retroscena del potere, visti dal buco della serratura.4 Come conferma Contini, il primitivo cronachista della prosa di memoria “ha una posizione di assoluto rilievo” ed è “nel suo piccolo, il migliore prosatore del secolo del Sud”.5 Con l'edizione Formentin del 1998, si possono finalmente leggere i “Ricordi” nella sua integrità e con il suo necessario apparato. I criteri editoriali sono conservativi, senza ammodernamenti critici, con prudenza ecdotica, soprattutto in relazione alle attuali conoscenze dell'antico volgare napoletano e in mancanza dell'esatto valore fonetico da attribuire alla grafia. I “Ricordi” sono stati tramandati dall'unico manoscritto autografo, dedicato e appartenuto a Ippolita Sforza6, l'Italien 913 della Bibliotéque National de Paris. L'opera, anepigrafa, consta di cinque testi in volgare napoletano. Il primo è una lunga serie di memorie, personali e civili, con sincera vena narrativa, scritto tra il 1452 e il 1467. Ebbe circolazione autonoma, come da invio al conte Maniere: “Et yo ve voglio imprestare chisto libro, a lo quale piglierete espasso et ricreacione de mente”. Il secondo è un elenco di mirabilia, come il racconto dell'impiccato salvato dall'intervento della Vergine di Loreto e la grande paura (il De Rosa era a Napoli) della terribile notte tra il 4 e il 5 dicembre del 1456, quando un “terremoto” di magnitudo 7,2, annunciato dal passaggio della cometa Halley, sconvolse la Città e il Regno. Il terzo è l'encomio della città di Napoli e dei suoi dintorni7, con digressioni narrative a funzione eziologica. Il quarto è la cronaca del Regno da Corrado IV a Ferrante, dedicato “per reverencia”, nel 1471 a Ippolita Sforza, moglie di Alfonso II Duca di Calabria. Il quinto è l'elogio delle donne, con citazioni scritturali. La Scrittura sarà la conquista definitiva per il cortigiano “ciarliero” e per i suoi avventurati lettori: “o vui che liggite…”.
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NOTE
1) Loise De Rose, “Ricordi”, a c. di Vittorio Formentin – “Testi e documenti di letteratura e di lingua”, Salerno Editrice, Roma 1998.
2) Nel Compendio del Collenuccio si legge; “Alfonso D'Avalos spagnuolo, detto volgarmente Don Alfonso”.
3) Benedetto Croce, in Storie e leggende napoletane, Laterza, Bari 1919.
4) Cesare Segre, “Un servo geniale alla corte del Re”, in “Corriere della Sera”, 31.03.1999.
5) Gianfranco Contini, Letteratura italiana del quattrocento, Sansoni, Firenze 1976.
6) Ippolita Maria Sforza, Duchessa di Calabria, aveva personalmente allestito in Castenuovo uno studiolo – La Galeazza – ove trascorreva il suo tempo.
7) Jerry H. Bentley, “Napoli e l'Italia del Rinascimento”, in Politica e cultura della Napoli rinascimentale, Princeton University press, 1987. Trad. di Cosima Campagnano, Guida, Napoli 1995..

Antonio Autieri
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 7 Luglio)