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Indice Renato Cifonelli
 
 

Ricerca sul Catasto Onciario di un centro rurale di

Terra di Lavoro / Società ed economia a Pietravairano
nel XVIII secolo / (V parte)
 

2.6) - La proprietà fondiaria

Relativamente ai fondi rustici e con esclusione della proprietà feudale (corpi feudali) del Marchese Grimaldi, l'Onciario indica una minuta distribuzione della proprietà fondiaria in ben 1323 appezzamenti.
Questa frammentazione della proprietà terriera attesta una palese diffusione della piccola proprietà contadina tanto che 196 bracciali capofamiglia su 231, pari al 84,84 %, possedevano un fondo rustico ed il 65,81 % di costoro ne possedeva da 2 a 5.
La descrizione analitica della proprietà fondiaria offre la possibilità di verificare la distribuzione sul territorio delle varie colture (Tabella 2.6.1) e di evidenziare in termini reali, il paesaggio agrario di Pietravairano a metà del 1700.

Il numero degli orti riportato in Tabella è senz'altro in difetto in quanto alcuni di essi, essendo contigui alla casa di abitazione dei proprietari, non vennero accatastati come unità immobiliari autonome.
In genere erano costituiti da piccole porzioni di terreno, a volta inferiori ad una misura (55) per quelli che si trovavano nelle vicinanza del centro abitato, ricavati ovunque vi fosse del terreno coltivabile e, perfino, nelle zone sassose (56) esistenti fuori la Porta della Grotta e al di sotto della cinta muraria che si estendeva da questa Porta a quella di San Sebastiano.
Alcuni orti, data la vicinanza al paese, erano stati attrezzati dai funari con filatoio per poter svolgere la loro attività (57).
L'Onciario evidenzia, altresì, la presenza di un querceto di moggia nove e mezzo nel luogo ove si dice à S. Giovanni (58), di un territorio oliveto alli Ortali (59) e di castagni (60).
Poiché soltanto due famiglie su dieci possedevano un vigneto è senz’altro comprensibile la presenza di alberi vitati in molti terreni indipendentemente dalla coltura principale.
L'accertata diversificazione delle colture su uno stesso fondo non fa altro che confermare la tendenza, propria dei piccoli proprietari, di poter fare affidamento su di una produzione agricola la più varia che potesse garantire una certa autosufficienza alimentare alla propria famiglia.
Sul territorio erano presenti, altresì, 24 masserie e 2 mulini c.d. del maltempo per i quali la Commissione incaricata delle operazioni catastali aveva fissato (61) le relative rendite:
a) - per quello posseduto da Giovanni Giacomo di Cerbo, dedotti carlini venti per riparazioni, annui ducati 12 e carlini 5;
b) - per l’altro posseduto dal Magnifico Salvatore Bilotta, perché affittato ad altri, dedotti carlini venti per riparazioni, annui ducati 11 e carlini otto.
Le masserie erano dotate in genere di una casa colonica con diversi locali (… edificio di case, di più e diversi membri..), di aia di fabbrica (… ara lastricata ...) e, spesso, anche di una soppenna ad una o più travate per il deposito di attrezzi e di un pozzo di acqua sorgiva.
In alcune masserie e, precisamente, in quelle di Tommaso de Angelis, di Gennaro Picozzi e di Don Vincenzo Perrotta vi era anche una Cappella (Cappelluccia o picciola Chiesa, come sono definite dall’estensore dell’Onciario) sotto il titolo, rispettivamente, di San Giuliano, di Santa Maria della Libera e di San Pascale.
Mentre per la Cappella della Madonna della Libera e di San Pasquale la memoria si è conservata sino ai nostri giorni, altrettanto non è accaduto per quella di San Giuliano del quale è stato rinvenuto un affresco nella cripta della Chiesa della Madonna della Vigna in occasione di un intervento conservativo effettuato nel corso degli anni ‘80.
La cappella di San Giuliano, ubicata alli Solcini seu lo mulino della Pientima, venne riedificata nel 1658 a proprie spese da Marco de Angelo pro sua devozione, come risulta dalla Visita Pastorale del 23 maggio di quell’anno (62).
In genere, il terreno asservito alle masserie non risulta molto esteso eccettuata quello della masseria di Gennaro Picozzi (moggia 54), della masseria del Convento di Santa Maria della Vigna allo Pastino vecchio delli monaci (moggia 30) e di quella di Don Vincenzo Perrotta (moggia 10).
La proprietà fondiaria si presentava distribuita tra 388 toponimi relativamente ai quali si è cercato di dare una risposa sotto il profilo etimologico (63).
Molti toponimi si riferiscono a Benefici ecclesiastici ed a Chiese campestri alcune delle quali si trovano menzionate nelle Decime del XIV secolo (64), altri riflettono nomi personali (Cappella dell'Abbate Cicco etc.) o nomi di famiglia (Cerque delli Massarotti etc.).
Accanto ai zootoponimi (Cavallo, Follache e Palombara) ed ai fitoponimi (Castagnelle, Cieusi, Pigna etc.) si rilevano toponimi che si relazionavano con l'ambiente naturale (Cementara, Pesca, Selvareccia etc.), con le condizioni del suolo (Campo, Costa, Padula etc.) nonché con le colture praticate (Ortali, Vigna).
Non mancano toponimi che si relazionano con l'antica denominazione romana quando i fondi rustici erano individuati aggiungendo al nome del proprietario il suffisso anus (Pucciano, Paragnano).
Altri toponimi fanno riferimento, invece, a servizi pubblici (Lavatoio, Scafa), ad impianti privati (Centimolo, Fornace, Palmiento etc.) ed a costruzioni civili e strutture religiose (Abbazia di San Giovanni, Ponte Romano etc.)
Vi sono, infine, toponimi che rinviano ad istituti del passato (Corte, Territorio Franco), a paesi confinanti (Baia), ad utilizzazioni dei fondi ai fini agricoli o di allevamento del bestiame (Arie vecchie, Parata, Parco), a caratteristiche della viabilità locale (Croce, Svolta,Trivio ) nonché alla presenza di nuclei abitati all'esterno della cinta muraria (Borgo di San Lorenzo, Borgo Sant'Antonio Abbate).

2.8) - Patrimonio zootecnico

Secondo i dati catastali (Tabella 2.8.1) a Pietravairano vi erano, complessivamente, 1234 capi di bestiame, di cui il 64,58 % in uso diretto dei padroni ed il 35,42 % a soccida (66) o a menando (67).

Si trattava, in definitiva, di un piccolo patrimonio di bestiame del tutto insufficiente per le necessità della comunità.
In particolare, il numero di somari e muli non era sufficiente ad assicurare un animale da soma per famiglia tenuto conto, per il trasporto dei prodotti agricoli, della necessità di collegamento con terreni dislocati su un territorio comunale molto esteso, così come ben pochi erano i maiali il cui allevamento poteva rappresentare, per le categorie più deboli, un buon investimento in provviste alimentari da utilizzare a medio ed a lungo termine.

(fine V parte)

NOTE
55 - Antica unità di misura della superficie pari a poco più di mq. 134.
56 - Orti sassosi si trovavano, in particolare a San Lonardo (Onciario, folio 253) e a San Michele ( folio 54).
57 -Un orticello sassoso sopra San Michele di misure tre….dove tiene il filatoio da far funi (Onciario, folio 37/t).
58 - Onciario, folio 369.
59 - Onciario, folio 395/t.
60 - Sopra lo Ciesco di S.Paolo (Onciario,folio 286), le Castagnelle ( folio 319/t).
61 - Onciario, Stabilimento a folio 4.
62 - Archivio Parrocchiale di S. Eraclio, fondo Atti delle Sacre Visite,n.10, nella tra-scrizione curata da Bilotti Pasqualino.
63 - CIFONELLI Renato, Toponimi di Pietravairano nell'Onciario del 1743, 2006, in corso di stampa.
64 - Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV - Campania, a cura di Mauro Inguanez, Leone Mattei Cerasoli e Pietro Sella, 1942.
65 - Per le masserie di cui ai n. 7, 13 e 21 dell'elenco non risulta indicata la contrada.
66 - Contratto per l’allevamento del bestiame: i frutti erano divisi a metà previa detrazione del prezzo anticipato dal proprietario.
67 - Contratto con il quale il bestiame veniva concesso in uso.
68 - Era di proprietà del Convento di Santa Maria della Vigna.

Renato Cifonelli
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 8 Agosto)