La mattina successiva, appena dopo aver fatto colazione, e aver ingoiato la delusione che non si può essere Sindaco se non hai intorno a te persone che credono di essere parte attiva di un progetto di crescita civica, prese il cellulare e decise di chiamare la sua amica.
Temeva le fosse successo qualcosa. Silenzio da troppo tempo.
Aprì la chat di whatsapp come ormai era solita fare tutte le mattine e fece il numero col cuore che le batteva all'impazzata per l'emozione ma il telefono trillò molte volte senza che nessuno rispondeva dall'altra parte.
Finalmente, dopo la terza chiamata, la comunicazione si aprì e Giuseppina rispose con un flebile ciao.
Genny le chiese di incontrarsi al solito posto per bere qualcosa insieme e l'altra fu subito d'accordo.
Alle cinque Genny già era all'angolo tra la panetteria e il Flydance, era in anticipo perché mancava ancora mezz'ora all'appuntamento ma lei non voleva perdere nemmeno un minuto del tempo che avrebbe trascorso con Giò.
Ecco, aveva deciso il nomignolo da dare alla sua amica in quello stesso momento: Giò.
Era la sua esclusiva, solo per lei sarebbe stata Giò, era come creare un legame particolare perché in ogni relazione ci deve essere sempre qualcosa di esclusivo che la renda unica e irripetibile.
Ogni volta che la vita si intreccia con un'altra vita si crea un filo nuovo, elitario, privilegiato, che va ad ingrossare il gomitolo della nostra esistenza.
Anche per le mosche era così solo che il gomitolo di Genny aveva per il momento un unico esile filo intessuto col suo una fresca mattina di qualche giorno prima.
Giò arrivò in orario all'appuntamento, Genny la vide arrivare da lontano e agitò festosa la mano.
L'amica arrivò da lei, si salutarono e iniziarono a sbocconcellare delle briciole di torta che avevano trovato sul tavolo della panetteria poi Genny impaziente chiese a Giò come stava.
In quel momento si accorse che la sua amica non aveva ancora detto nulla e che aveva uno sguardo triste.
Preoccupata le chiese se ci fosse qualcosa che non andasse e l'altra rispose con una raffica di domande:
-Secondo te cosa non va in me? Sono brutta? Ho le gambe storte? Sono ridicola?-
A Genny quella sfilza di domande la frastornarono anche perché non ne capiva la ragione. La sua amica le sembrava bella, tranquilla, cioè normale.
Perchè tutte quelle domande bizzarre?
Genny le rispose subito che non vedeva nulla di strano in lei anzi era proprio una bella mosca.
Giò a quel punto iniziò a piangere e come un fiume in piena che ha bisogno di esondare perché gli argini non riescono più a reggere la pressione di una piena, iniziò il suo racconto di disperazione.
Qualche tempo prima, nel suo gruppo di amici, era entrata una bella mosca cavallina, agile, dalle ali diafane e madreperlacee e con un modo di fare che attraeva tutti quelli che venivano a contatto con lei.
Da quel momento catturò l'attenzione di tutte le amiche di Giò che piano piano iniziarono ad allontanarsi da lei.
-Per questo motivo- disse a Genny- ho accettato l'invito l'altra volta, volevo iniziare a fare nuove amicizie-
Poi continuò il suo racconto.
Katiuscia, questo era il nome della nuova arrivata, iniziò a fare il vuoto intorno a Giò; infatti tutti i suoi amici, per entrare nelle sue grazie, iniziarono ad isolarla.
Nessuno la chiamava più, nessuno chattava più con lei e a volte uscivano senza invitarla.
E le rare volte che invitavano pure lei la facevano sentire a disagio con frecciatine e ammiccamenti.
Tutti erano a conoscenza che le mosche cavalline sono infide ma Katiuscia, con la sua bella presenza e il suo fare accattivante era riuscita ad ammaliare tutto il gruppo e a metterlo contro di lei.
Giò decise allora di declinare ogni invito e da qualche settimana era rimasta completamente sola.
Ma la cosa più dolorosa è che iniziavano ad arrivare messaggini anonimi del tipo: nanerottola, gambestorte, nessuno ti vuole, verme solitario e altre cose ancora più offensive.
Giò aveva pensato e ripensato a cosa aveva scatenato tutto questo ed era arrivata alla conclusione che il motivo era che Katiuscia amava stare al centro dell'attenzione e mal sopportava la riconosciuta leadership di Giò.
Questa cosa era proprio insopportabile alla nuova arrivata la quale iniziò a far passare in sordina malelingue e dicerie su Giò che piano piano presero il sopravvento sul branco che per debolezza si schierò con quella che sembrava la più forte e allontanarono quella che era stata loro amica per anni.
Genny rimase annichilita da tanta cattiveria e dal dolore che traspariva dalle parole della sua amica. Pensò che i gomitoli della nostra vita non sono poi un groviglio di tutti fili colorati, spesso si intrecciano fili scuri che per forza di cose dobbiamo dipanare.
Con una punta di malinconia Genny pensò che sicuramente nel tempo dei fili scuri avrebbero rabbuiato anche il suo gomitolo della vita ma con la saggezza che le era innata si rese conto che sono proprio quei fili bui che accendono la brillantezza in quelli colorati.
In quel momento Giò stava facendo i conti con uno di essi ma lei poteva aiutarla.
Quello che stava accadendo alla sua amica era molto pericoloso, Genny lo aveva capito subito e si ricordò di una leggenda che aveva letto su un libro.
Nelle isole Salomone quando volevano deforestare una zona per avere dei pascoli gli aborigeni non si limitavano ad abbattere gli alberi ma li insultavano e li oltraggiavano per giorni e giorni fino a che quei colossi della foresta seccavano e cadevano da soli.
Aveva già letto sul giornale che una mosca domestica si era lasciata andare in un vasetto di miele vinta dalla disperazione per aver subito quello che le stava raccontando Giò e lei non voleva accadesse la stessa cosa alla sua amica perciò decise che tra amiche ci si aiuta!
Giò stava per cadere ma lei non lo avrebbe permesso, avrebbe cercato in lei quello che di speciale c'è in ognuno di noi e avrebbe fatto leva proprio su quello per recuperare la fiducia in se stessa e ritrovare la forza di rialzarsi e riprendere a vivere.
Quello “straccio” di ragazza doveva diventare una vela col vento in poppa. Come? Semplice! Genny sapeva che in ognuno di noi, se non siamo lupi, c'è sempre la forza di aiutare gli altri anche se stiamo lottando con i nostri problemi.
E Giò, Genny lo sapeva bene, non era un lupo!
Aspettò che l'altra finisse il suo racconto poi le propose una cosa: visto che il suo problema era piuttosto diffuso propose a Giò di creare il club “Io sono sorda”.
La sede poteva essere la sua scatola SediciperQuattro e proprio lì avrebbero risposto al telefono a tutti coloro che erano disperati perché ricevevano insulti e denigrazioni tali da farli sentire una nullità e schiacciarli.
Poi con la forza della disperazione li avrebbero convinti a non stare ad ascoltarli.
Ecco il motivo del nome del fanclub: “IO SONO SORDA”.
Esterina De Rosa
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 3 Marzo) |