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EVITIAMO IL “SELF-MADE”

Anche nella…pronuncia!
 

La recente visita pastorale di papa Francesco in Indonesia, Bangladesh, Papua Nuova Guinea e Singapore, oltre che a quelle strettamente attinenti alla religione, lascia adito anche ad altre considerazioni che direi forse scevre da ogni misticismo, ma non per questo contrarie od avulse da partecipazioni spirituali.
La prima, che non può non riempirci di orgoglio per il suo carattere di universalità, è che il Capo della religione più diffusa al mondo risiede a Roma e nei suoi discorsi ufficiali, pur essendo straniero, parla in italiano; come già sempre fatto anche dai suoi predecessori.
La seconda, alla quale ci collegheremo in seguito, è che il massimo rappresentante del Cristianesimo va incontro ai popoli, alle genti, ai reclusi, ai sofferenti di tutto il mondo. Avete mai visto fare la stessa cosa ad un Imam o ad un Rabbino Capo o al Dalai Lama?
Alla terza, scaturita dalle prime due, mi ha fatto pensare un editoriale di Alessandro D’Avenia pubblicato qualche settimana fa sul “Corriere della Sera”. Racconta di un poeta che non aveva mai visto il mare e desiderava farlo; si mise in viaggio e prima di arrivare alla meta si fermò in una locanda e chiese informazioni all’albergatore che gli indicò la via per la meta ormai vicinissima. Il giorno dopo, al rientro, l’albergatore gli chiese se aveva visto il mare, ma il poeta rispose di no. Ed ancora di no per alcuni giorni finché raccontò di aver visto dei pescatori al rientro dalla pesca e di aver parlato con loro: “in quei corpi ed in quelle voci ho visto il mare!” alfine esclamò.
La morale che ci tira D’Avenia non è deducibile con facilità ed è questa: “Sin da bambini impariamo il mondo per fiducia, da qualcuno prima che da qualcosa: la pelle e la voce precedono la vista di almeno nove mesi, ed è poi così anche fuori dal grembo. Si comincia a conoscere solo da soggetto a soggetto: il corpo e la voce di qualcuno ci dicono dove, come e cosa guardare”.
Un “maestro” che insegna ed un discente che impara, attraverso la voce, prima di ogni altra cosa, ma anche con l’esempio; perché, continua D’Avenia, “magister, termine latino, contiene la radice “mag” che significa più. Ed il “più” del maestro è dato dalla intensità trovata in un ambito della vita di cui è testimone: un sapere incarnato. (…..) Non c’è trasmissione di parola se la parola non si è fatta carne: gesti, occhi, mani, corpo. La verità ci afferra solo e è viva, cioè se è “sentita” e “sensata”: passa dai sensi, ha senso. Anche Gesù veniva chiamato Maestro… ed i Rabbi di professione non tolleravano quella attribuzione, perché il falegname di Nazareth non aveva titoli ufficiali per essere definito maestro”.
Cosa avrò voluto dire?
Semplice: parliamo nella nostra lingua, così bella che la usa anche un Papa straniero in terre straniere, e impariamo dai maestri, anzi dalla “voce dei maestri” e non da fredde cose scritte sui libri o, peggio, su Internet.

Claudio Gliottone
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 9 Settembre)