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Oltre ogni ragionevole dubbio

c'è solo la irragionevole certezza di una
impunità decisionale!
 

Quanto è affascinante il mondo delle canzoni: di quelle d'autore, ovviamente; di quelle che, guidate dalla piacevole leggerezza del brano musicale, esprimono con leggiadria e sintesi profondi concetti. Di quelli destinati a restare nella mente delle persone accorte.
A volte anticipano problematiche, come la disputa, sul finire degli anni Sessanta, tra Celentano e Gaber: il primo rimpiangeva la sua vita nella Via Gluck, “in una casa fuori città, gente tranquilla che lavorava”, prima che fosse anch'essa invasa dal “catrame e cemento”; contrapponeva la naturale tranquillità della vita in campagna, pur nell'assenza di molte comodità, al tran-tran debilitante della vita in città.
Gli rispondeva Gaber: “che stai a fare lì in campagna, devi venire in città. Com'è bella la città: com'è grande la città, com'è viva la città, come è allegra la città…piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce…”.
Correva l'anno 1969: cinquantasette anni fa!
Chi, come me, ha vissuto quegli anni e quelle situazioni così sinteticamente ma perfettamente espresse cosa ne direbbe oggi: starebbe dalla parte di Celentano o di Gaber?
Oggi che tutto è degenerato, per cui si tenta di portare la campagna in città, costringendola negli angusti spazi di un grattacielo di Milano, e la campagna è invasa da grossi impianti di stoccaggio e lavorazione dei prodotti agricoli, verrebbe da dire che hanno torto tutti e due.
Oggi che “l'allegria” della città è azzerata dai cortei quotidiani che sfasciano le “vetrine piene di luce” e minacciano la “gente che produce” girando con in tasca coltelli e pistole o tentano di strappare bambini dalle braccia delle madri, vi piace o vi piacerebbe “vivere in città”?
Oppure vi piacerebbe “vivere in campagna” sopra tonnellate di rifiuti tossici accumulati sottoterra mentre voi o i vostri figli andate “a piedi nudi a giocare nei prati”?
Tutta colpa dell'“homo sapiens”, tanto genuinamente “sapiens” da saper porre tutta la sua maestria in maniera perfettamente equa tanto nel costruire il bene che nel contrapporgli il male.
Allora tornano in mente altre canzoni, come quelle di Roberto Vecchioni:
Io non appartengo più alle cose del mio tempo
Non mi riconosco più, lì, nascosto dietro un canto
Non mi basta nemmeno il cuore per giustificare, capire, sentire, immaginare
Non mi basta la forza degli occhi per voltarmi e non guardare
Io non appartengo più, viaggio come un clandestino
In una nave senza rotta già segnata dal destino….

Io non appartengo al tempo del delirio digitale
Del pensiero orizzontale, di democrazia totale…

Io non appartengo più, mi fa ridere, lo ammetto
Ma vi giuro non lo faccio per malinconia o dispetto
Non lo dico per stanchezza, al calar del sipario su spettatori immaginari
Sono gli uomini la stizza, sono i loro stupidari… (Io non appartengo più)

Perché noi eravamo “quelli del rimorso prima ancora del peccato” (Formidabili quegli anni).
Oppure in quelle, più datate, di Charles Aznavour:
Devi sapere ancor sorridere
quando il bel tempo se ne va
e resta solo la tristezza
e giorni d'infelicità…
Devi sapere celar le pene
e mascherare il tuo dolor;
tenere l'odio in te nascosto
e aver l'inferno in fondo al cuor… (Il faut savoir)

Un consiglio: ascoltatele spesso canzoni di questo tipo!

Claudio Gliottone
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 6 Giugno)