Talora, raccontare la storia delle opere d’arte conservate nelle chiese significa affrontare un percorso non privo di gravose difficoltà giacché non sempre si hanno a disposizione, documenti in grado di offrici un supporto storico - archivistico chiaro e certo in grado di sciogliere i nodi delle commissioni e delle attribuzioni, quando non anche il contesto di provenienza delle opere. Ecco che, allora, bisogna affidarsi a delle supposizioni, non mancando, tuttavia - come affermava il compianto e rinomato storico dell’arte Federico Zeri, specialista della pittura italiana dal XII al XV secolo - di tenere in conto che nel ripercorre le tracce lasciate dalle opere e dagli artisti, l’approccio da utilizzare «non può essere circoscritto al semplice attribuzionismo bensì deve entrare in un disegno più generale dove i fatti sono in dialettica l’uno con l’altro e dove l’opera d’arte è al centro di un gioco di interazioni». È il caso, ad esempio, della tavola cinquecentesca raffigurante il diffuso soggetto del Cristo portacroce - rappresentato nella versione di Gesù che versa il proprio sangue in un calice sorretto da un angelo, e per questo altrimenti denominato nei repertori iconografici anche come il Cristo Redentore - la quale proveniente dalla locale chiesa di Sant’Agostino, si conserva nel Museo d’Arte Sacra di Pietramelara. Si tratta di un’opera attribuita a Decio Tramontano, un pittore nato a Brusciano, nel Nolano, verosimilmente poco prima della metà del XVI secolo ed attivo almeno fino al 1608, quando, il 5 settembre di quell’anno, dettò le sue ultime volontà testamentarie. Dopo una prima giovanile formazione pittorica presso la bottega dei Criscuolo, di Giovan Filippo prima, e del figlio Giovan Angelo poi, il Nostro acquisì da questi quella “maniera devota”, mielosa e cortese, che fu propria del primo Cinquecento; un’affettazione che si impinguerà in seguito delle sperimentazioni realistiche di Silvestro Buono e di Giovan Bernardo Lama, nonché del plasticismo di marca pinesca. La mancanza di fonti documentarie al riguardo non consente di ricostruire purtroppo, al momento, la committenza dell’opera in oggetto, che, ipoteticamente, si può ricondurre, tuttavia, agli stessi monaci agostiniani osservanti che officiarono la chiesa e abitarono l’attiguo monastero fin dalla loro fondazione, avvenuta nel 1461, verosimilmente, in seguito allo scioglimento di un voto della contessa Giovanna Cossa di Celano per la liberazione dalla prigionia del figlio Cola di Monforte, celebre condottiero di ventura, nel corso delle lotte per la conquista del regno da parte di Giovanni II d’Angiò contro Ferrante d’Aragona (1459-64). È risaputo che gli agostiniani hanno sempre riservato, sulla scia degli scritti del loro Padre fondatore che si possono condensare nell’espressione «Cristo col suo Sangue s’è comprato l’universo», una grande devozione al “Preziosissimo Sangue di Gesù”, che la Chiesa custodisce in particole e reliquie - costituite da un po’ di terra del Calvario bagnata del sangue fuoriuscito dal costato di Cristo raccolta dal centurione Longino dopo che uno spruzzo di quel sangue l’aveva guarito miracolosamente da una malattia ad un occhio - in diverse località italiane ed europee. La tradizione narra, infatti, che Longino, convertitosi, scappò in Italia portando con sé una cassetta di piombo con il prezioso contenuto e raggiunta Mantova la sotterrò nel luogo dove sarebbe poi sorta la basilica di Sant’Andrea che tuttora custodisce, distribuite in due vasi, le venerate zolle di terra impregnate di sangue. In seguito, particole di questo terreno furono traslate nella Sainte-Chapelle di Parigi, nella chiesa di Santa Croce a Guastalla (RE), nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, nell’abbazia di Weingarten, in Germania. Altre reliquie si conservano nella basilica di Bruges, in Belgio, nell’abbazia della Santissima Trinità di Fécamp, e nella chiesa di S. Bartolomeo di Neuvy-Saint-Sépulche, in Francia, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Sarzana (SP) e in quella di San Giacomo a Clauzetto (UD). Il culto per il “Preziosissimo Sangue di Gesù”, si diffuse sin dai primi secoli dell’era cristiana, ma la devozione si accrebbe a partire solo dall’XI secolo, soprattutto in relazione alla diffusione della leggenda del Santo Graal. L’iconografia dell’angelo o di qualche santo che raccoglie il sangue di Cristo in un calice si originò, invece, più tardi caratterizzandosi piuttosto come un’estensione del peculiare tema del Cristo portacroce; laddove la figura di Gesù è rappresentata, per lo più isolata e in forma terzina, mentre porta il pesante fardello verso il Golgota, secondo uno schema che, nato nel Nord Europa e ripreso da Giorgione, ebbe poi un’eccezionale fortuna in area veneta e lombarda, grazie a Giovanni Bellini, Tiziano, Lorenzo Lotto, Sebastiano del Piombo, Bernardino Luini, Andrea Solario, Giampietrino e molti altri, prima di diffondersi nel resto d’Italia e giungere alle tuttora discusse versioni scultoree di Michelangelo Buonarroti, la più nota delle quali si trova nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma, originariamente scolpita dal maestro nelle sembianze di Gesù completamente nudo senza il drappeggio in bronzo dorato che oggi gli copre i genitali, aggiunto successivamente in ottemperanze alle direttive emanate dal Concilio di Trento. Non ebbe minore rilievo, per la diffusione dell’iconografia, l’immagine di Cristo portacroce che compare nel frontespizio di molte edizioni del De Imitatione Christi, uno dei testi religiosi più diffusi della letteratura cristiana occidentale, attribuito al frate agostiniano tedesco Tommaso da Kempis (1379-1471). Il tema, del resto, si era affermato, per di più abbastanza precocemente, anche a Napoli, come documenta una prima rara testimonianza rappresentata da un affresco trecentesco che si conserva in un ambiente del complesso monastico di Santa Chiara. Nei secoli successivi sul soggetto si cimentarono, peraltro, alcuni dei più importanti artisti attivi in città: da Giovan Bernardo Lama ad Agostino Tesauro; da Marco Pino ad Andrea Vaccaro; da Battistello Caracciolo a Pacecco De Rosa, con una serie di dipinti incentrati, però, con piccole varianti, sull’iconografia classica. Meno numerose, invece, le composizioni presenti in area campana che accostano l’immagine di Cristo portacroce a uno o più angeli o talvolta santi, intenti a raccogliere il sangue dalle sue ferite, un’iconografia che nella regione trovò un sicuro assertore nella figura di Decio Tramontano, artefice, nel 1581, di una pregevole composizione che si conserva nella chiesa di San Giovanni ad Avella, nell’Avellinese, alla quale si accostano, oltre che la tavola di Pietramelara, quella per la chiesa del Santissimo Rosario e del Corpo di Cristo di Palma Campania, dall’attribuzione contesa tra lo stesso Tramontano e Orazio de Carluccio, quella del Museo diocesano di Vallo della Lucania, anch’essa attribuita al Tramontano, quella della chiesa di San Michele Arcangelo di Curti, da me attribuita al pittore maddalonese Pompeo Landolfo, la tavola centrale del Polittico della basilica del Corpus Domini di Maddaloni realizzata dallo stesso Landolfo, e, non ultimo, una tavola della chiesa di San Tommaso apostolo di Vairano Patenora, già oggetto di un mio precedente articolo in questo stesso mensile (n. 8, ottobre 2020), con l’attribuzione ad un epigono di Marco Pino. Nel dipinto di Pietramelara, come del resto in tutte le su menzionate tavole, Cristo, seminudo, è rappresentato in primo piano, su un groppo di nubi, leggermente di scorcio, mentre con la spalla e il braccio sinistro, aiutato da un angelo, sorregge la croce; dalla mano destra un flusso di sangue confluisce in un sottostante calice sostenuto da un altro angelo; parimenti la stessa linfa salvifica che fuoriesce dalla ferita del costato si infiltra nel perizoma che gli fascia i fianchi. A fargli da corona, su un fondo aureo appena interrotto dal verde e dal rosso dei loro vestimenti, è una schiera di angeli e cherubini svolazzanti.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 8 Agosto) |