Nel secolo scorso il territorio di Teano fu teatro, a più riprese, di diverse campagne di scavo che portarono al ritrovamento di numerosi reperti archeologici (quasi mille), la maggior parte dei quali confluirono poi nel locale Museo Archeologico, inaugurato nel 2001. In particolare, a far data dal 1908, fu operativo Charles Leonard Woolley, un giovane archeologo inglese, destinato ben presto ad affermarsi come uno dei più importanti archeologi militanti della prima metà del secolo. Tra gli scavi più importanti del Woolley si segnalano, dopo una prima esperienza in Nubia (1907), quelli condotti a Karkemish, nella Turchia meridionale, presso il confine siriano (1912-14; 1919), a Tell Atchana, sempre in Turchia (1937-39; 1946-1949) e soprattutto gli scavi di Ür (1922-1934) nell’Iraq meridionale. A Teano il suo nome è legato agli scavi di contrada Santa Croce nel fondo agricolo, il “Padulo” di proprietà del barone Francesco Zarone. Il giovane archeologo era giunto in Italia nella primavera del 1908, ufficialmente in cerca di nuove esperienze nell’attesa di riprendere le campagne di scavo in Nubia, dove stava collaborando ad un progetto per conto dell’University Museum di Filadelfia, sollecitato da David Randall-MacIver che di quella istituzione era il curatore del settore egittologico. Forse, più o meno reconditamente, però, vi era arrivato anche con il proposito di recuperare pezzi importanti da trasferire all’University Museum di Filadelfia, dove ambiva a ricoprire un importante ruolo, in un periodo in cui l’Italia, sull’onda degli scandali di pochi anni prima, stava opportunamente cercando di introdurre leggi più restrittive e incisive per tutelare le proprie Antichità e Belle Arti.
Dopo un mese di soggiorno a Firenze, per prendere dimestichezza con la lingua italiana, raggiunse Napoli ospitato presso un amico: l’ingegnere Lamont Young, singolare figura di architetto e urbanista dichiaratamente inglese ancorché fosse nato a Napoli da una coppia di possidenti britannici. A Napoli il sodalizio di Woolley con Young divenne saldissimo, fino a prolungarsi dai pochi mesi previsti a più di un anno, corroborato da un attivismo incontenibile con ricognizioni e saggi alla ricerca di reperti archeologici qua e là per la Campania, elaborazioni di progetti per nuovi scavi e, addirittura, per una mappatura delle stratificazioni eruttive in previsione di uno scavo ad Ercolano: attività che non mancarono, naturalmente di creare, prima allarme e poi motivi di dissidi e scontri con le strutture di controllo del Ministero. Tuttavia, ancorché le leggi vigenti vietassero agli stranieri di condurre scavi in Italia, una possibile scappatoia era rappresentata dalla facoltà, per i possidenti italiani, di poter scavare a proprie spese e previa regolare autorizzazione, sulle proprie proprietà terriere, con il solo obbligo che ciò avvenisse sotto la direzione di personale scientifico qualificato e che una parte degli oggetti dissepolti, di più importante rilevanza archeologica, venisse consegnato agli organi competenti. Era pertanto facile, per gli stranieri, accordarsi con i proprietari dei fondi agricoli, accollarsi le spese facendole passare per oneri messi a disposizione dagli stessi, farsi assumere come sovrintendente scientifico e, considerando per di più che per la semplice ricognizione non era richiesto alcun permesso, compiere assaggi o scavi sperimentali. E proprio di questa possibilità si avvalse Woolley, allorquando, grazie ad un fortuito incontro presso un circolo di Napoli, forse il “Casino dell’Unione”, uno dei club più elitari della città, conobbe il barone teanese Francesco Zarone, da anni residente a Napoli. Il nobile, proprietario di alcuni terreni in tenimento di Teano nei quali si trovavano resti di terme romane, si batteva, infatti, da alcuni decenni per portare a compimento una serie di scavi iniziati fin dal giugno del 1883, proseguiti fra il 1890 ed il 1891, e poi interrottisi a causa delle lungaggini burocratiche per ottenere una parte dei fondi necessari, benché negli anni seguenti, se ne fossero occupati, a vario titolo, Ettore Gabrici giovane professore comandato presso il Museo Nazionale di Napoli, al tempo diretto da Ettore Pais, l’ispettore agli scavi e ai monumenti di Capua nonché segretario della ”Commissione per la Conservazione dei Monumenti di Terra di Lavoro”, Gabriele Iannelli e la “Direzione dell’Ufficio per gli scavi e le scoperte di antichità nel Regno” nella persona dell’ispettore Luigi Borsari. Tra l’altro il barone non aveva mancato di segnalare e talvolta far visionare “de visu” alle autorità competenti una serie di materiali rinvenuti
dai coloni che lavoravano nei suoi possedimenti, fra cui oggetti che facevano pensare a sepolture, quali bracciali, fibule, anelli, vasi cinerari, terrecotte, lucerne, ma anche un rilievo in marmo descritto come «un‘aquila che becca un insetto», proveniente dalle suddette terme, oltre a molti rottami di vetri e marmi greci. Pertanto, seppure formalmente, ricorrendo ad un escamotage, il barone, di concerto con Lamont Young e Leonard Woolley, si assunse l’onere di continuare gli scavi, giovandosi, verosimilmente, di un cospicuo contributo finanziario dell’University Museum di Filadelfia e chiamando a dirigere giustappunto Woolley, il quale si trasferì sul luogo, trovando ospitalità nel palazzo del barone.
Le operazioni di scavo presero ufficialmente avvio il 22 maggio di quel 1908, dopo alcune settimane di sondaggi, con l’arrivo del custode di sorveglianza, tale Vollaro, e durarono in tutto poco più di due mesi fino al 4 luglio, con l’impiego di 22 unità lavorative (da 12 uomini armati di pale e picconi e da 9 donne e un ragazzo dotate di ceste per il trasporto del terreno), come risulta dalle note del giornale di scavo e da una fotografia pubblicata dallo stesso Woolley (fig.1). Inizialmente l’obiettivo dichiarato dell’archeologo inglese era quello di ritrovare le terme repubblicane descritte dalle fonti ma in realtà sottendeva anche quello, più recondito, come si accennava pocanzi, di recuperare le statue che verosimilmente si sarebbero trovate, per trasferirle a Filadelfia o in altra ipotesi per immetterle sul mercato. La località, oggi indicata come Terragnano, era infatti nota al Woolley per un avvenimento riportato da Caio Gracco nel De legibus promulgatis - ma forse riferibile ad un altro contesto termale urbano - circa una controversia sorta tra le autorità locali e il console romano, la cui consorte aveva insistito perché le fosse riservato il bagno nel giorno riservato agli uomini, salvo poi lagnarsi perché l’acqua era sporca e pretendere per questo la fustigazione delle autorità, da cui lo scoppio di un conflitto sociale. Ad ogni buon conto, se le prime scoperte, una Venere e un Cupido abbastanza grazioso sembrarono presagire un buon “bottino”, i materiali venute alla luce successivamente si presentarono, invece, sempre più rovinati, fino a scoraggiare ulteriori esplorazioni: ben presto si intuì che l’acqua che aveva determinato la fama degli antichi bagni possedeva delle proprietà minerali, preziose per il corpo umano, ma disastrose per il marmo. Le sole statue rinvenute pochi centimetri sotto la superfice erano abbastanza ben conservate, le altre, quelle scoperte oltre un metro di profondità si erano conservate in uno stato a dir poco deplorevole. Sicché Woolley si limitò a proseguire gli scavi al solo fine di ottenere una pianta abbastanza completa del nucleo principale dell’edificio termale (fig.3), mancando persino di produrre, invero poco professionalmente, la relativa relazione scientifica, poi redatta e pubblicata dall’ispettore competente Ettore Gabrici in una nota apparsa sulle Notizie degli Scavi del 30 ottobre 1908. Malgrado gli scarsi risultati ottenuti, l’archeologo si dichiarò comunque soddisfatto della “preziosa esperienza” vissuta a Teano, allorquando, ne Il mestiere dell’archeologo, Torino 1957 (tradotto da Spadework in archaelogy, edito a New York nel 1953), una sorta di manuale pratico arricchito in parte da pagine narrative e autobiografiche, scrive: «Così noi con i nostri vasi e le nostre scodelle rotte, speriamo di comporre la visione di un mondo scomparso. A questa visione tutto contribuisce […] ma anche il paese con la sua configurazione naturale e gli uomini che oggi vi abitano e lavorano per noi […]. Il presente di ogni paese ha in larga misura radici nel passato e il modo migliore per capire il passato è apprezzare il presente. Sono più che sicuro che un archeologo che sia insensibile all’ambiente, allo spirito, cioè, della terra nella quale opera, non potrà mai arrivare ad un effettivo successo nel suo lavoro […] questa gente generosa e schietta era di piacevolissima compagnia, e quanto più si conoscevano tanto meglio si riusciva a comprendere il lato umano del mondo antico, di cui l’archeologo deve interpretare i resti materiali». Al termine dello scavo, così come prescriveva la legge dell’epoca, fu redatta una stima dei rinvenimenti in base alla quale il Cupido, unitamente ad un elemento fittile che presentava segni e lettere greche incise, fu rivendicato dallo Stato e ceduto in quota al Museo Archeologico di Napoli (da dove solo in anni recenti è stato nuovamente riportato a Teano per essere esposto nel locale Museo Nazionale) (fig.4), mentre la Venere con tutti gli altri materiali recuperati, fu lasciata al barone Zarone che, come da probabili accordi pregressi cedette all‘University Museum of Pennsylvania la Venere e un mascherone di fontana (fig. 5) quale compenso per la partecipazione di Woolley agli scavi. La vicenda di Teano, tuttavia, non si concluse con questo scavo. L’anno successivo il barone Zarone, risoluto a proseguire le indagini, si rivolse al De Petra per ottenere un nuovo permesso, il quale gli fu concesso, sotto la direzione del Gabrici, con la clausola però che gli scavi non fossero mirati ancora a quelli delle terme alla ricerca di altre ipotetiche statue, bensì alla necropoli preromana, le cui poche tracce erano già affiorate nei decenni precedenti nella parte settentrionale del fondo unitamente a tombe dell’età del ferro. Nel giro di poco più di un mese, dal 15 settembre al 19 ottobre, gli scavi si conclusero, come riporta il Giornale degli scavi con il ritrovamento per lo più di frammenti di vasi in bucchero (oinochoe trilobata, kantharos), in impasto nero (anforette e ciotole) ed acromi (argilla figulina gialla); ma anche di un’olla costolata ad ingabbiatura rossa, un’anforetta a due manici di argilla rossa e un grosso vaso in frammenti di argilla corallina di tipo villanoviano, alcune fibule sottili di bronzo ad arco semplice, delle armille di bronzo a tre giri di spirale, nonché delle cuspidi di lancia in ferro. La scarsa presenza di reperti fece pensare a sepolture già “devastate” dai lavori agricoli ai quali era sopravvissuta una sola tomba romana di tegole con lucerna e olletta.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 11 Novembre) |