Passato alla storia della musica soprattutto per essere stato, piuttosto che l’autore di alcune composizioni, l’irresponsabile dispersore di buona parte della produzione musicale di Francesco Durante - il celebre compositore settecentesco di Frattamaggiore definito dall’altrettanto celebre filosofo e compositore francese Jean-Jacques Rousseau «le plus grand harmoniste d’Italie, c’est à dire du monde!» nel suo Dictionnaire de Musique - Giovan Battista de Orchis era nato a Conca della Campania intorno al 1721 da genitori provenienti forse da Horchi (l’odierna Orchi) - il minuscolo villaggio arroccato sulla dorsale orientale della catena montuosa di Roccamonfina oggi frazione di Conca della Campania - come sembrerebbe suggerire, preceduta dalla preposizione de, lo stesso cognome.
Formatosi verosimilmente in uno dei quattro conservatori di musica attivi in quell’epoca a Napoli, qui a metà del secolo, dopo un periodo trascorso - forse, senza eccessiva soddisfazione professionale ed entusiasmo - nel proprio paese come maestro di cappella presso la Collegiata di San Pietro, ritornato nella capitale borbonica conobbe Niccolò Piccinni, il futuro compositore barese, allievo in quegli anni del Durante al Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana. La casa del maestro frattese era spesso meta dei suoi giovani allievi, attratti non solo dal suo metodo di insegnamento, ma anche dai suoi appassionati discorsi sull’arte musicale. Sicché un pomeriggio il giovane concano, allora poco più che trentenne, desideroso di conoscere Durante, accompagnò il Piccinni dal maestro, che lo accolse benevolmente fatto salvo ritrarre la mano allorquando, con un eccesso di galanteria, de Orchis tentò di baciargliela dopo aver espresso la gioia di aver finalmente potuto conoscere uno dei musicisti più famosi del tempo.
Come sempre quando qualcuno lo elogiava Durante si era sentito a disagio: i successi e le lodi non lo lusingavano, affatto, più di tanto. In ogni caso da quel pomeriggio il de Orchis finì per diventare uno dei più assidui frequentatori della sua casa non si sa se perché ammirato dalla sua persona o forse, più verosimilmente, perché già coltivava in cuor suo lo scellerato piano di impossessarsi dei beni del maestro, ormai quasi settantenne e non più in buone condizioni di salute, una volta trapassato. Intanto non mancava di rivolgere, pur nei limiti della buona educazione - tant’è che Durante non ebbe mai alcun sospetto circa i suoi insani propositi - qualche seducente occhiata alla giovane consorte, la signora Angela Giacobbe.
Proponimenti che si concretizzarono di lì a qualche anno, allorquando, il 30 settembre del 1755, il maestro si spense dopo una breve agonia, compianto dai familiari, dagli amici, dagli allievi e da tutti i musicisti napoletani che parteciparono compatti e contriti ai suoi funerali capeggiati da Niccolò Piccinni. In quella occasione Giovan Battista de Orchis era rimasto, invece, a confortare la vedova insieme alle comari del vicinato. Nei giorni seguenti era tornato poi più volte a visitarla mostrandosi sempre discreto e premuroso, fino a ché, un pomeriggio di alcuni mesi dopo, rompendo ogni indugio, non avanzò la sua proposta di matrimonio all’affranta vedova, la quale, benché titubante, su consiglio dei genitori preoccupati del futuro della figlia ancora tanto giovane, finì con l’accettare, anche perché certa che il defunto marito avrebbe approvata la sua decisione. Fu così che il 27 dicembre dell’anno successivo furono stipulati i cosiddetti capitoli matrimoniali, uno strumento notarile con il quale la nubenda prometteva al futuro marito la propria dote, costituita da roba (case, terreni o mobili) e denaro, che occorreva per sostenere gli oneri del matrimonio. In tali capitoli, redatti dal notaio frattese Francesco Spena con un certo disappunto a motivo dell’antica amicizia che lo aveva legato in vita con il defunto, si legge che «la Giacobbe sé stessa donando, costituiva ed assegnava per dote al di lei futuro marito Gian Battista d’Orchis duc. 1485 e gr. 15, così costituiti: Duc. 500 in denaro, altri 150 di crediti diversi, altri 183 per pezzo e valore di tante gioie e pietre preziose, altri duc. 330 per tanto argento lavorato, ecc. Di sue doti al suddetto Gian Battista alcune opere manuscritte di musica composte dal suddetto qm. D. Francesco, come altresì li libri di toccate per cembalo composte e date a stampa dal suddetto qm. D. Francesco, quali opere tanto manuscritte che stampate esso sig. Gian Battista dichiarava di aver ricevuto da detta Sig. Angela, essendosi fra loro convenuto che, vendendosi le suddette opere stampate, il di loro prezzo si doveva parimenti impiegare come sarebbe sembrato più opportuno al suddetto Sig. Gian Battista». Le preziose carte di Francesco Durante cadevano, pertanto, nelle mani di de Orchis che le avviava alla dispersione vendendole ai migliori offerenti, cosicché molte di esse oggi arricchiscono i fondi musicali di svariate biblioteche e conservatori italiani, da quelli di Napoli, Bologna, Venezia, a quelli europei, di Parigi, Bruxelles, Vienna, Londra, Konisberg, Monaco di Baviera, Darmstadt, Danzica, Berlino.
Pur vivendo negli agi, il de Orchis ebbe, tuttavia, una sua produzione musicale che, allo stato delle attuali conoscenze, regista, però, solo un componimento per La virtù premiata, una Cantata a più voci da recitarsi in occasione della celebre pompa che si festeggia nella gran sala della regia camera della Summaria nell’atto del possesso preso dall’ ill. marchese signor D. Matteo di Ferrante di luogotenente di detto tribunale e dell’ ill. marchese signor D. Carlo Mauri di avvocato fiscale del real patrimonio, come recita il sottotitolo del libretto stampato a Napoli da Serafino Porsile nel 1768, il cui unico esemplare si conserva presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (Racc. Vill. Misc. 222.8); nonché l’autografo di una partitura di musica sacra e quello costituito da alcune partiture per Oratori che si custodiscono entrambi nella collezione di manoscritti del British Museum di Londra. Per i meno addentri al linguaggio musicale si ricorderà che la Cantata è un compimento di musica barocca articolato in una sequenza di brani vocali e strumentali, a carattere per lo più profano, che si esegue in assenza di un apparato scenico, mentre l’Oratorio è un genere musicale in forma di concerto, per la maggior parte di soggetto religioso, anch’esso proposto senza alcuna rappresentazione scenica e personaggi, ma accompagnato talvolta da un narratore.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 3 Marzo) |