La barbuta sagoma di san Simeone nell'atto di accogliere Giuseppe e Maria con il Bambino Gesù nella Presentazione al Tempio che, firmata e datata 1806 dal pittore afragolese Angelo Mozzillo si ammira sull'altare maggiore dell'omonima parrocchiale di Camigliano, non è la sola immagine del Profeta conservata in questa chiesa. A farle da pendant, nella prima cappella sinistra, è data ammirare, ancorché depauperata nei decenni scorsi di alcuni elementi che ne configuravano appieno e meglio l'iconografia, un'apprezzabile scultura lignea a figura terzina poggiata su una pedagna dorata, creata, nei primi decenni del XVIII secolo, verosimilmente, dai provetti e accorti colpi di sgorbia dello scultore salernitano Nicola Fumo, giusto la recente attribuzione avanzata dalle storiche dell'arte Paola Coniglio e Immacolata Salvatore in una recente pubblicazione sui restauri di statue lignee conservate in Terra di Lavoro. In ottemperanza alle indicazioni dell'arte controriformata - che voleva il santo rappresentato in abiti sacerdotali sebbene il testo evangelico tacesse a tal riguardo, soffermandosi piuttosto sulla sua identità interiore e descrivendolo come uomo «giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele» (Luca 2,22-35,v. 25) - Simeone, contraddistinto nel simulacro da un volto asciutto ma accattivante nonché da una ricercata plasticità ed eleganza formale che trova negli zigomi alquanto pronunciati e nella lunga barba vellutata i più vigorosi risultati, indossa un abito bianco pieghettato a collo alto, stretto in vita da un doppio cordone, e un piviale di color rosso adorno di decorazioni floreali dorate, congiunto sul petto da una sorta di spillone dorato a forma di cherubino che, in quanto poco conforme allo stile dell'opera, è verosimilmente frutto di un'integrazione successiva. Gli cinge la testa una mitria biforcuta, una sorta di mitria episcopale antica tipica del suo tempo atta a simboleggiare la sua condizione di profeta. Tra gli elementi sottratti dalla composizione originaria va sottolineato innanzitutto il Bambino Gesù, che san Simeone, appena riconobbe in Lui il Messia, prese tra le braccia preannunciando la sua imminente morte, secondo una scena, dolce e notissima, narrata da Luca e spesso raffigurata nelle composizioni devozionali, cui fece ricorso, del resto, anche il nostro artista, e che è stata integrata, più volte, per i reiterati furti, con riproduzioni poco fedeli del Bambino rese in pose oltretutto diversificate. Mancano all'appello, altresì, la colomba simbolo dello Spirito Santo, che aleggiava sul capo del Santo, e la coppia di tortore dorata che, poggiata in un catino sul basamento ottagonale di colore blu con inserti in foglia oro zecchino, ricordava la pia consuetudine da parte degli ebrei di recarsi, dopo la circoncisione dei loro primogeniti, al tempio di Gerusalemme per presentarli al Signore e fare l'offerta rituale, come richiesto dalla Legge mosaica, di due tortore e cinque sicli d'argento per riscattare il sacrificio della vita dei propri figli. Sulla scorta di un restauro eseguito con grande perizia dalla restauratrice teanese Antonella De Biasio con la collaborazione di Paola Marraffa, il suddetto simulacro è stato attribuito - come si preannunciava pocanzi - a Nicola Fumo, uno dei maggiori protagonisti, con l'estense-napoletano Giacomo Colombo e l'ischitano Gaetano Patalano, della scultura napoletana tra la seconda metà del XVII secolo e la prima metà del secolo successivo.
Stilemi peculiari della produzione del Fumo sono percepibili, infatti, come avverte la Salvatore «nella resa dei panneggi sinuosi che conferiscono tridimensionalità alla figura, negli abiti puntualmente intagliati con colletti alti e plissettati, nella posa piramidale, nell'espressione gentile del volto con una lunga barba fluente», ancorché - come osserva a sua volta la Coniglio - la resa della veste e del piviale sembrano «rispetto alla carica espressiva apprezzabile nel volto, di fattura più modesta. Il piviale, in particolare, non possiede la definizione plastica consueta delle composizioni del Fumo, e la stesura pittorica appare piuttosto corsiva: potrebbe essere qui intervenuto qualche collaboratore, visto che i dati emersi dal restauro non hanno rilevato la presenza di manomissioni posticce né di strati gessosi soprammessi (generalmente segnali di ridipinture estese e radicali)». In ogni caso il manufatto camiglianese è accostabile ad opere certe del Fumo come il San Nicola di Bari, datato 1690, già nella chiesa napoletana di San Giovanni Battista delle Monache, oggi nel Museo Diocesano della città, e il San Gregorio Taumaturgo, firmato e datato 1721, nella chiesa di San Giuseppe di Crotone. Nel dettare alcune brevi note biografiche e artistiche sullo scultore ricorderemo che era nato a Saragnano, attuale frazione del comune di Baronissi (Sa) nel 1647 da una famiglia di specialisti nelle arti lignee Allievo di Cosimo Fanzago a Napoli, durante la sua lunga attività fu attivo oltre che nel Regno di Napoli, anche in Spagna, dove ancora oggi è, forse, più conosciuto che in Italia essendo stato nominato nel 1689 “scultore del Re” dalla corte di Madrid. Tra le più note opere inviate in Spagna si annoverano il Cristo caduto del 1698 per la chiesa di San Genesio di Madrid e l'Immacolata Concezione per la chiesa di San Lorenzo di Siviglia. A Napoli, invece realizzò la statua del Beato Pietro da Pisa, per la chiesa di Santa Maria delle Grazie (1690), il Crocifisso, per la chiesa di San Nicola alla Carità (1695), le statue di San Giuseppe con Bambino, San Michele Arcangelo e del succitato San Nicola di Bari, già nella chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, ora al Museo Diocesano, il San Martino che divide il mantello con il povero, del Museo di San Martino, il Sant'Antonio in preghiera, per la chiesa del Gesù delle Monache (1700), l'Angelo Custode (1717), l'Immacolata Concezione, il San Michele Arcangelo e il Crocifisso per la chiesa di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone, la Santa Lucia nell'omonima chiesa del borgo marinaro. Numerose le statue che realizzò per le cappelle della chiesa del convento della SS.ma Trinità di Baronissi (Maria Aaddolorata, San Bonaventura, Santa Rosa da Viterbo, San Pietro d'Alcantara, San Giuseppe, Crocifisso, San Michele Arcangelo, Sant'Anna, Madonna di Montevergine, San Pasquale Baylon, San Francesco. Immacolata Concezione).
Nella restante Campania realizzò, nel 1713, la statua di Santa Maria delle vergini, per l'omonima chiesa di Scafati (Sa), quella dell'Immacolata per la cattedrale di Avellino (1718), la statua di Santa Maria della Sanità per il monastero delle Clarisse di Santa Lucia di Serino (Av) e quella della Madonna Assunta per l'omonima chiesa di Taurano (AV). Fuori regione si ricordano, invece, l'Assunta per il duomo di Lecce (1689), il San Michele Arcangelo per la chiesa di Santa Maria Assunta di Ripalimosani (CB) del 1715, la Santa Fausta della chiesa conventuale di Sant'Antonio da Padova a Salandra (Ma).
Lo scultore morì a Napoli il 2 luglio del 1725.
Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 2 Febbraio) |