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Il Monumento teanese ai caduti della

Prima Guerra mondiale
 
Fig. 1 - Il Monumento ai caduti (foto di M. Feola)
 

Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'Italia, alla pari della maggior parte delle nazioni belligeranti, sentì l'esigenza di commemorare e onorare la memoria di coloro che avevano perso la vita al fronte, erigendo opere architettoniche e scultoree nelle sue città e paesi. Nacquero, pertanto i Monumenti ai caduti che divennero non solo luoghi di raccoglimento ma simboli stessi dell'identità nazionale, quanto non anche stimoli di coesione sociale e punti di riunione per cerimonie ufficiali come le celebrazioni del 4 novembre, giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate.
A questa temperie patriottica, aderirono, ancorché in tempi diversi e in differenti modi, anche le comunità dell'agro teatino - caleno, erigendo nei rispettivi spazi pubblici, ora are, colonne o busti, ora sculture commemorative più articolate di cui daremo via via conto nei prossimi numeri. La trattazione non poteva non partire che da Teano, dove in Piazza della Vittoria, nel 1927, fu inaugurato il primo e più rappresentativo monumento ai caduti della zona (fig.1).
Il monumento si compone di un elaborato basamento gradinato in marmo, alla cui sommità si eleva, adagiata su una sfera, una statua in bronzo della Vittoria alata nell'atto di sottomettere un'aquila bicipite; in entrambe le mani l'allegoria reca un ramo di palma, simbolo antico di vittoria militare, poi di vittoria cristiana sulla morte secondo un'iconografia presa a prestito, insieme a quella del globo, dalla conseguente figura della Fama (fig.2). Il basamento è decorato nella parte mediana da un'epigrafe in bronzo - sormontata da un rilievo con due piccole Vittorie che si affrontano incrociando le spade - sulla quale è trascritto parte del “Bollettino della Vittoria” pronunciato dal generale Armando Diaz all'indomani della conclusione del conflitto (fig.3), laddove si legge:

.........I RESTI DI QUELLO CHE FU
UNO DEI PIÙ POTENTI ESERCITI DEL MONDO
RISALGONO IN DISORDINE E SENZA
SPERANZA LE VALLI CHE AVEVANO
DISCESO CON ORGOGLIOSA SICUREZZA.
A.DIAZ

Le parti in bronzo del monumento, ottenute con la tecnica a fusione, furono opera dello scultore pugliese Filippo Antonio Cifariello, il quale riprese puntualmente l'allegoria della Vittoria negli analoghi monumenti realizzati a Lusciano (1928), Prata di Principato Ultra (1932), Capua (1933, qui insieme ad un piccolo rilievo delle Vittorie che si affrontano incrociando le spade posto sulla parte posteriore) e a Piscinola (1935), mentre il motivo decorativo delle due Vittorie che si affrontano nella variante che le vede sorreggere una corona d'alloro era già comparso precedentemente nei monumenti di Frattamaggiore (1920) e Marigliano (1922).
Nato a Molfetta il 3 luglio del 1864, Filippo Antonio Cifariello fu un proficuo protagonista della stagione tardo neoclassica napoletana con la produzione di numerose opere in bronzo, marmo, terracotta e argento, fra le quali vanno annoverate il monumento a Giuseppe Mazzini e all'abate Vito Fornari nella sua città natale, il busto in bronzo di Francesco Netti nel municipio di Santeramo in Colle (1895), il monumento equestre a re Umberto I, il busto del sindaco Giuseppe Re David e quello di Araldo di Crollalanza nel palazzo di città a Bari, la statua del lavoratore edile dinanzi al palazzo delle opere pubbliche nella stessa Bari, la statua di Sant'Antonio da Padova nella chiesa madre di Castelvetere sul Calore, il perduto monumento ai caduti di Bitonto (1925), fuso nel 1940 per farne armi. Diverse altre sue opere si conservano nei musei di Budapest, Düsseldorf, Berlino, Napoli, Roma e nella pinacoteca provinciale di Bari.
Per i suoi meriti artistici Cifariello fu nominato professore onorario dell'Accademia di Belle Arti di Napoli e insignito di diverse onorificenze internazionali, tra cui quella dell’ Ordime Imperiale di Giuseppe d'Asburgo e di Ufficiale della Corona di Russia. La sua non fu, tuttavia, un'esistenza sempre serena per via di diversi episodi dolorosi che narrò nella sua autobiografia edita nel 1931 con il titolo Tre vite in una: in particolare per l'omicidio a colpi di rivoltella della consorte, la cantante francese Maria De Browne, dal quale fu assolto per totale infermità mentale e poi per la scomparsa anche della seconda moglie, Evelina Fabbri, morta, appena ventiduenne, per le gravi ustioni riportate nel maneggiare un fornello a gas. Non riuscirono a salvarlo dalla susseguente depressione il terzo matrimonio con la tedesca Anna Marzell, né la nascita di due figli (il più giovane dei quali fu Antonio Cifariello): il 5 aprile del 1936 l'artista si suicidava nel suo studio di Napoli.

 

Franco Pezzella
(da Il Sidicino - Anno XXIII 2026 - n. 7 Luglio)

Fig. 2 - La Vittoria (foto di M. Feola)
Fig.3 - Rilievo del “Bollettino della Vittoria”