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il Sidicino
 
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Indice Eva Pino
 
 
MITATE - Racconti brevi tra realtà e fantasia
 
Personaggi storici sidicini, luoghi simbolo del territorio teanese e espressioni artistiche che l’hanno impreziosito vengono narrati con la libertà dell’immaginazione dando vita a una serie di racconti brevi.
 
 

MONTE DELLA LUCE DI NOTTE

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Erano gli anni Ottanta, avevo nove anni, ed aspettavo impazientemente che arrivassero le vacanze pasquali per raggiungere la piccola frazione di Teano, Gloriani, dove abitavano i miei nonni, e trascorrere le festività in un modo totalmente differente da come vivevo la mia quotidianità cittadina.
A Gloriani il tempo era scandito diversamente, venivo svegliata la mattina dal canto del gallo del vicino, perché nessun’ altra sveglia si sarebbe mai e poi mai permessa di suonare in quei luoghi governati dal ritmo e dai suoni della natura, e la notte mi addormentavo cullata da un silenzio assoluto e rassicurante.
Da quando arrivavo, il giorno successivo alla chiusura della scuola, a quando me ne andavo, il giorno precedente l’inizio delle lezioni, non si parlava d’altro che dei preparativi per l’imminente pranzo pasquale, dei riti religiosi a cui partecipare, degli auguri da fare e dell’andata al mercato di Teano il giorno del Sabato Santo.
All’alba del venerdì la nonna, con l’aiuto della sorella e la mia manovalanza, faceva il forno per preparare, con il lievito madre da lei gelosamente custodito, il pane per tutta la settimana successiva, le pigne rustiche, di pane con le uova, quelle dolci, con la glassa e gli zuccherini e le pastiere di grano e di riso.
Il sabato mattina, come previsto dalla liturgia domestica prefestiva, mi preparavo per andare a Teano; con la nonna prendevo la corriera della Fernandes che passava alle 7:30 fore a Cappella, in modo da essere al mercato per le 8:00. La nonna voleva arrivare presto così da essere tra le prime a rifornirsi ai vari banchi e, secondo la sua esperienza, usufruire dei prodotti più freschi. Come prima tappa andavamo a comprare le olive, le verdi grandi e le nere piccole, poi le acciughe e i capperi. Subito dopo raggiungevamo il venditore di ‘O pere e ‘o musso che non poteva mancare sulla nostra tavola, anche perché era uno dei miei cibi preferiti. Continuavamo con il rifornimento della frutta e della verdura, le priorità erano i peperoni e il cavolfiore per ‘nzalata ‘e rinforzo e i carciofi da fare m’ buttunati. Prima di rientrare a casa con la corriera delle 11.00, facevamo una piccola sosta in pasticceria, lungo Corso Vittorio Emanuele, per mangiarci una bella pastarella. Io prendevo sempre la sfogliatella riccia, un piccolo capriccio che la nonna mi concedeva. Al rientro ci aspettava il nonno che, nel frattempo, si era procurato l’agnello da un suo amico allevatore, le cinquanta uova paesane per fare la frittatona del lunedì in Albis e gli asparagi, raccolti da lui stesso. A quel punto iniziavano le grandi manovre in cucina, che sarebbero finite qualche giorno dopo, quando avremmo chiuso le festività con un altro evento da me molto atteso, il pic-nic su Monte Lucno, un luogo per me magico.
Il nonno, quando salivamo lungo la via Mulara, che si inerpica fino a raggiungere la cima dove è stato eretto il Santuario della SS. Madonna di Costantinopoli, mi raccontava tante storie che mi incuriosivano e mi affascinavano. Ogni anno mi ripeteva che il nome, Monte Lucno, deriva dal fatto che, essendo in antichità un vulcano attivo, illuminasse con il suo cono eruttivo il territorio circostante diventando il “Monte della Luce di Notte”. Continuava poi decantandomi la sorgente delle Caldarelle, detta Acqua ferrata, meta estiva di tante generazioni passate che si erano rinfrescate grazie alla sua generosità. Quando poi vedeva i resti degli enormi blocchi basaltici che ricoprivano in passato la via che stavamo percorrendo, si fermava e mi invitava ad osservarli dicendomi che erano i testimoni della nostra storia, anche della mia che li stavo calpestando, come avevano fatto precedentemente monaci, pellegrini, soldati e partigiani. Per ognuno di quei viandanti aveva un aneddoto al cui racconto accompagnava lui stesso un’espressione di stupore e compiacimento. Mi sussurrava, come se fosse un segreto, che non dovevo dimenticare quelle informazioni perché avrei dovuto, a mia volta, tramandarle ai miei figli e ai miei nipoti. Nel salire, ogni tanto si interrompeva per farmi notare la meraviglia paesaggistica che ci accompagnava fatta di ulivi, castagni e querce secolari. Arrivati sulla cima, la chiesa ci appariva all’improvviso, come una sentinella a guardia del monte, come un custode attento e fedele di un luogo mistico per alcuni, sconosciuto per molti e per me incantato, al quale, ancora oggi, associo uno dei più bei ricordi della mia infanzia. Il nonno poi stendeva una tovaglia a terra all’ombra di un ulivo e, mentre mi preparava un bel panino con le fette di pane e la salsiccia tagliata a rotelline, ritornava con la mente alle tante processioni che aveva seguito negli anni in onore della Madonna di Costantinopoli e ai fuochi d’artificio che venivano sparati in suo onore al termine delle celebrazioni. I botti, come un sipario, separavano nettamente l’atmosfera spirituale da quella conviviale e goliardica in cui tutta la comunità presente si immergeva condividendo, in un insolito pranzo all’aperto, cibo, bevande e gioia di vivere. Poi, lui schiacciava un pisolino e io gironzolavo libera lungo il perimetro del santuario raccogliendo i fiori da lasciare alla Madonna come omaggio, felice e fiera di poter camminare sulla bocca di un vulcano. Lungo il tragitto di rientro a Gloriani, il nonno mi raccontava tutto daccapo, ricordandomi, con un tono quasi minaccioso, che l’anno successivo sarei stata io a dovergli riferire tutto. Beh, non aspettai un anno per testimoniare ciò che avevo conosciuto, imparato e vissuto grazie a lui. Al mio rientro a scuola, infatti, scrissi tutto ciò che ricordavo di quei giorni per rispondere alla traccia del tema che la maestra mi aveva assegnato proprio il primo giorno di scuola. Tema che mi fece prendere un bell’otto in italiano e che mio nonno incorniciò per esporlo sulla mensola della sala da pranzo.
Feci proprio bene a farlo, feci proprio bene a seguire il consiglio di mio nonno.
Il ruolo di testimone e custode di storie di vita, che ognuno di noi ha, è importante, utile e, soprattutto, doveroso di interesse e attenzione da parte di tutti noi. Custodire e testimoniare le nostre origini, il nostro passato, vuol dire essere consapevoli di ciò che siamo, vuol dire dare valore a coloro che ci hanno preceduti, vuol dire permettere ad una bambina di vivere una “magia reale”, di sentirsi protagonista di una storia più grande di lei che le chiede aiuto per poter continuare ad essere raccontata.

Monte Lucno
Nel buio rinnegato dalle stelle
vedo il mio Monte,
brilla di luce propria.
Nel ricordo riscalda
come una voce cara
che racconta di vite passate.

Antichi passi accanto ai miei,
all’ombra degli argentei
accarezzati dal vento,
accompagnano pensieri di oggi.
Ora so bene chi sono.


Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXI 2024 - n. 4 Aprile)