SANTA MARIA CELESTINA
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All’inizio degli anni Novanta, quando ero una bambina e vivevo il mio più fervido periodo da cattolica praticante, servivo come chierichetta nella mia parrocchia di Sant’Agostino e, per accaparrarmi la domenica il posto vicino a Don Elia, non saltavo nessuna messa serale settimanale, acquisendone il diritto per la “maggiore presenza in campo”.
Un giorno, quando il Don ci disse che avrebbe celebrato messa nella chiesa sussidiaria rimasi disorientata; non sapevo nemmeno cosa significasse e alla sua spiegazione rimasi ancora più stupita. La chiesa in questione era quella di Santa Maria Celestina, posta all’imbocco di Piazza della Vittoria, che precedentemente era stata sede della parrocchia. Seppur nata e cresciuta a Teano non la conoscevo e ignoravo totalmente la sua storia, forse anche perché era quasi sempre chiusa e le sue piccole dimensioni la mimetizzavano tra l’abitato. Eppure vi ero passata accanto una miriade di volte, come quando, salendo per la scalinatella, sbucavo proprio di fronte alla chiesetta e, poi, di fretta e furia, perché sempre in ritardo, raggiungevo S. Agostino accorciando per i vicoli che la costeggiavano, senza mai degnarla di uno sguardo.
Don Elia, avvertita la mia curiosità, in una seduta del catechismo per la preparazione alla Cresima, mi raccontò la sua storia.
Sorta intorno al 1500, forse anche prima, venne restaurata nel 1892, grazie all’intervento del parroco dell’epoca, Diego Palumbo. Sede di una vasta parrocchia fino agli anni Venti, poi, fu reputata inadatta a raccogliere così tante anime, fino ad essere chiusa e “declassata” a chiesa suffraganea e quindi minore. Il suo ricordo, aggiunse, continuò a essere vivo, per anni, nel cuore e nelle menti dei fedeli che affettuosamente l’avevano intitolata: a’ parrucchiella.
Dopo aver ascoltato, ovviamente, la mia curiosità non poté che aumentare, così gli chiesi di poterla visitare al più presto. Lui mi disse che nel mese di settembre, in occasione della “Piedigrotta”, avrebbe celebrato delle messe serali in onore della Madonna nella chiesetta, alle quali, se mi avesse fatto piacere, avrei potuto partecipare anche in veste di chierichetta. La proposta fu più che allettante, e naturalmente accettai, sebbene, inizialmente, l’attesa mi sembrò davvero molto lunga, essendo solo il mese di maggio. Nei fatti, fortunatamente, l’estate trascorse velocemente con tutta la spensieratezza che portò con sé, ma, da quel giorno, non ci fu volta che passando per il “muraglione” non voltassi il capo per rivolgere lo sguardo a Santa Maria Celestina, vogliosa di scoprirne l’interno.
Giunto settembre, ricordai a Don Elia la sua promessa. Lui, puntuale, mi rassicurò dicendomi di non essersene dimenticato e di aver già predisposto le funzioni, dalla liturgia agli addobbi floreali, dall’organizzazione del coro a quella dei canti, fino alla pulizia della chiesa che stava avvenendo proprio in quel momento. A tal proposito mi chiese se volessi andare con lui per constatare se le signore avessero finito. Non mi sembrò vero, la gioia mi inondò. Risposi con un sorriso che parlò da solo. Insieme lasciammo i locali della canonica di Sant’Agostino, dove ci trovavamo, e raggiungemmo a piedi, in pochi minuti, Santa Maria Celestina.
All’ingresso il profumo di incenso e legno antico mi avvolse, accompagnandomi per tutta la permanenza. Il mio sguardo come un obiettivo fotografico ruotò tutt’intorno per catturarne subito ogni particolare. Le mie mani, ad ogni singolo e lento passo, sfiorarono i banchi, quasi a volerli accarezzare, e quando giunsi vicino al piccolo altare mi sedetti. Il legno scricchiolante accompagnò i miei movimenti, i miei occhi si chiusero e nel silenzio la mia mente viaggiò indietro nel tempo.
I banchi non erano vuoti, c’erano donne inginocchiate, con il volto coperto da veli neri, intente a pregare per i propri cari, uomini dalle mani ruvide e callose che si scambiavano segni di pace, giovani innamorati che si lanciavano furtivi sguardi d’amore e anziani che accendevano candele votive per i propri defunti.
Pensai alle persone che in quel luogo, avevano ricevuto il battesimo e la prima comunione, celebrato e consacrato il proprio amore e accolto l’ultimo saluto cristiano. Mi fu chiara la grandezza spirituale di Santa Maria Celestina edificata dal credo di chi vi era entrato con devozione, da tutte le generazioni di fedeli che avevano fatto di quella chiesa la propria casa oltre che quella del Signore. Ritornai alla realtà solo quando il Don si avvicinò e mi toccò la spalla esortandomi ad uscire. Accolsi il suo invito con un cenno del capo e, dopo essermi inginocchiata dinanzi alla statua della Madonna Ausiliatrice, posta, all’interno della nicchia, al centro della parete di fondo, attraversai la piccola e unica navata della chiesetta. Appena varcata la porta d’istinto alzai il capo per guardare quanto più possibile verso l’alto in segno di ringraziamento e, mentre un venticello fresco mi accarezzava il volto, comunicai a Don Elia il mio pensiero del momento: “Santa Maria Celestina non è solo pietra e calce, è un abbraccio che raccoglie le speranze e i dolori di chiunque vi entri con fede, è un rifugio per le anime, grande quanto il cielo sotto cui sorge”.
Quel giorno imparai una lezione preziosa: la spiritualità non abita in ampi locali, bensì nel cuore di chi la possiede. Piccole dimensioni possono contenere grandi significati.
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OCCHI CHIUSI
Chiudo gli occhi per vedere ciò che non c’è,
il passato riappare,
e spiega il presente.
Chiudo gli occhi per parlare con me stessa,
ascoltare voci silenziose,
pensieri mai detti.
Chiudo gli occhi per non avere confini,
immaginare nuovi spazi,
ridisegnare il mio presente.
Chiudo gli occhi per riaprirli
e trovare sopra un cielo azzurro,
e sotto il mio posto nel mondo.
Eva Pino
(da Il Sidicino - Anno XXII 2025 - n. 3 Marzo) |